lunedì, giugno 30, 2003

Non si può. Non si può. 30 gradi alle 2 di notte con le finestre spalancate. Non si può. Non si può.
Appena posso torno in Irlanda.


sabato, giugno 28, 2003

Ieri ho visto L'appartamento spagnolo, la storia un erasmus francese a Barcellona. Niente di che.
Quella degli erasmus è una realtà che conosco benissimo, si potrebbe dire che, da quando sono partito anch'io, nel '95, non ho smesso di studiare in giro per l'Europa.
Mi sono ritrovato in molte delle situazioni presentate, nei sentimenti, nei vissuti del protagonista eppure, nonostante ciò il film a volte è noioso, non accade molto, è superficiale.
Pare che tutta la vita studentesca si riduca al divertimento, e questo è vero per molti, e al tradimento, altrettanto vero ma ...
Mancano tanti altri aspetti, mancano le amicizie sincere, manca l'interesse per le abitudini altrui, gli scambi non solo linguistici, manca la cultura.

Il progetto erasmus è stato anche un modo per creare un'Europa più unita, per mischiare un po' di giovani europei cercando di accomunarli; se fosse solo quello che il film presenta, il nostro continente sarebbe molto, molto povero.
"Praga e' sola", scriveva Pintor quando i carri sovietici (nel '68) reprimevano i nostri coetanei cecoslovacchi. Noi - tranne il Manifesto - eravamo troppo occupati a fare la nostra rivoluzione per accorgerci della loro. E li abbiamo lasciati soli. I giovani di Teheran che in questi giorni lottano contro il loro regime sono i girotondini e i movimentisti dell'Iran, esattamente come i ragazzi di Praga erano - contro i sovietici - i sessantottini e i contestatori cecoslovacchi.
Cerchiamo di non essere distratti, questa volta. So benissimo che la destra e l'America cercano di "far politica" presentandoli come roba loro. Ma non e' vero, come non era vero allora. Dubcek, Svoboda, Jan Palach non erano dei fascisti, ma dei compagni. E questi di Teheran sicuramente non sono filoamericani. Se dovessimo fare una manifestazione per qualcuno ora, io proporrei di farla per i ragazzi di Teheran. Perche' stavolta Praga non sia sola.

Riccardo Orioles

venerdì, giugno 27, 2003

E' morto lo scrittore Giuseppe Pontiggia, lo leggevo ogni tanto nel suo diario settimanale sull'inserto culturale del Sole 24 Ore, che mio padre mi mette puntualmente da parte.
Proprio l'altro giorno mi aveva colpito lo stile di alcune sue riflessioni su La Pira.

Ecco quanto scriveva il 13 Maggio:
Per tornare al divario tra fede autentica e fede mimetica, che attinge, più che alla tradizione popolare, alla psicologia del consumo, una pietra di paragone potrebbe essere proprio l'immaginazione concreta di La Pira. Anziché fornire un alibi alla distrazione e al sollievo, la sua fede si traduceva in reazioni sorprendenti e talora sconcertanti. Avevano però la strana caratteristica di indurre a riflessioni lucide e radicali. Non si bruciavano, non si consumavano nell'immediatezza della battuta o del cenno, ma aprivano spazi a una consapevolezza ulteriore, a una visione più lungimirante. ... La conversazione con La Pira aveva una presa insolita. Le sue frasi, pronunciate con una rapidità comunicativa quanto essenziale, erano acoompagnate da una mimica vivace, da una gestualità che sottolineava la presenza del corpo, centrale nel Cristianesimo. A volte questa gestualità assumeva connotazioni provocatorie e paradossali, di cui aveva collaudato l'efficacia e controllava gli effetti. Gli era preziosa per aprire un varco nelle resistenze dei suoi interlocutori, spiazzandoli con diversioni comiche, con quelle interruzioni del riso che hanno sempre insospettito i razionalistie e gli ortodossi.
In quella conferenza ricordo che a un certo punto aveva nominato il santo del giorno nel calendario liturgico. E ne aveva tratteggiato l'aspetto fisico con una coloritura irresistibile. Poi si era rivolto a un alto prelato che ascoltava, divertito e perplesso, in prima fila, e l'aveva informato, con una sicurezza ammiccante, che il santo era presente tra di loro. Indicava una sedia vuota e il posto che occupava invisibile. E rivelava, nel suo istrionismo complice, una tale adesione da suscitare una attesa, tra fiduciosa ed incerta, negli sguardi dei suoi ascoltatori, compreso il vescovo.
Non era una seduta spiritica né una convocazione di fantasmi: pericoli esorcizzati dallo spirito comico che animava la regia di quell'intermezzo improvvisato. C'era quella perfetta letizia francescana che incontriamo nella spiritualità medievale e quasi mai nella vita. E anche se il santo non aveva materializzato la sua presenza, si avvertiva nella sala una presenza che soggiogava: quella di una fede che irradiava energia e luce.
Per amare qualcosa bisogna rendersi conto che potremmo perderla.

Gilbert K. Chesterton
1

Le cronache ne parlarono a lungo. Intere famiglie andavano a vedere quel quadro maledetto, esposto in un "salon" parigino. Gli uomini impallidivano, i bambini facevano domande moleste o scoppiavano in singhiozzi, e molte signore svenivano. Le onde di un mare in tempesta e il gruppo di uomini laceri o del tutto nudi che si affollavano su una zattera squassata dal vento sembravano uscire dalla tela o, al contrario, trascinare nella loro tragedia gli spettatori.

Era il 1816 e "La zattera della Medusa", di Thèodore Gericault, raccontava con straordinaria intensità la terribile avventura di un gruppo di naufraghi, che, affondato da una tempesta il veliero francese sul quale viaggiavano, s'erano accalcati su un relitto ed erano rimasti senza soccorsi per un'eternità di settimane. Morti la più parte, soltanto una quindicina di uomini erano stati tratti in salvo da una nave di passaggio. I corpi bruciati dal sole e dalla salsedine, i capelli arruffati, le lunghe barbe, le piaghe non svelavano tutte le sofferenze sopportate. Al momento del salvataggio, invece di esprimere gioia, erano sembrati curvi sotto il peso di qualche infamia. Più tardi s'era saputo che su quella povera imbarcazione era avvenuto "di tutto", anche episodi di cannibalismo.

Meno emotivi di quei francesi di duecento anni fa, noi uomini non impallidiamo e le nostre donne non svengono (forse qualche bambino piange e certamente molti porgono domande moleste) mentre, durante i nostri pasti, i telegiornali ci mostrano le immagini dei clandestini che muoiono, ormai più di mille, in un mare su cui navigano placidamente le nostre "ammiraglie" da crociera, in vista delle nostre coste gremite di sereni bagnanti.

Forse per commuoverci ci manca il particolare del cannibalismo.

2

Temo di non sbagliarmi se dico che il senso di minaccia prevale nella maggior parte degli italiani sul sentimento della compassione (una volta si sarebbe detto: sullo spirito di fraternità umana) e sulla necessità razionale di affrontare i problemi della nostra era. Bombardati da notizie che insufflano nell'opinione pubblica la convinzione di essere invasi, e da commenti che mai esaminano seriamente la complessa realtà delle migrazioni, è la nostra tranquilla agiatezza che sentiamo aggredita. "Far posto", "dare" andava bene, secondo noi, per gli africani e gli asiatici che hanno dovuto accettare il colonialismo (ma la reciprocità non vale); "far posto", "dare" va bene, secondo i più, per gli arabi che hanno dovuto cedere terre, campi e case agli ebrei in nome di uno sterminio che non loro ma noi europei abbiamo provocato; "far posto", "dare" va bene per gli iracheni e per gli afgani che in nome della democrazia petroliera sono passati da orrende dittature a un' occupazione militare che moltiplica le uccisioni di nativi. Noi, no: noi siamo esenti da ogni dovere di condivisione. Non lavoriamo forse duramente? Non paghiamo le tasse? Si guardi com'è nobile e pronta la nostra generosità ai margini delle partite di calcio "del cuore". Persino molti di quelli che giudicano ignobile l'imperialismo americano e i delitti della Casa Bianca contro l'umanità (le guerre preventive, lo stupro del diritto internazionale, la retrocessione infame dai patti per la salvaguardia del creato) persino molti di questi, se ne accorgano o no, ne condividono la feroce ideologia: guai a chi tocca non solo l'american ma la our way of life, il nostro stile, il nostro livello di vita.

3

Per conservarlo siamo disposti a tutto. C'è un dato che riguarda ciascuno di noi come cittadino della repubblica italiana ed elettore o non-avversario attivo del suo governo. Su 110 mila domande di asilo presentate da persone che si definivano profughi politici, l'anno scorso ne sono state accettate 10 mila. Chi non sa cosa sia un profugo politico fatica a rendersi conto dell'atrocità del dato. Un profugo del genere arriva fra noi dopo terribili traversie, senza documenti, senza sapere la nostra lingua, talvolta, dall'atrocità delle esperienze subìte, ridotto all'impossibilità di parlare. Ciò che l'Italia "istituzionale" gli offre è un interrogatorio frettoloso, spesso senza interpreti adeguati, da cui è esente ogni reale interesse per la sua storia, il suo stato di choc, i segni delle terribili sevizie subìte etc. Su ogni altro particolare prevale quello di una possibile pericolosità. Bisogna leggere le relazioni dei Medici di Amnesty International per rendersi conto della croce su cui questi miseri fra i miseri rimangono, per responsabilità italiana, inchiodati. Avere respinto 100 mila domande su 110 mila significa, con ogni certezza, avere eliminato migliaia di bugiardi e qualche possibile terrorista ma anche avere riconsegnato decine di migliaia di persone ai loro torturatori - o peggio.



4

All'inizio i clandestini venivano dalle sponde del Mediterraneo, dall'Africa del Nord, dall'Albania, dall'Egitto, dalla Turchia. Poi comparvero quelli delle guerre cosiddette locali: kurdi, palestinesi, iracheni. Adesso cominciano ad arrivare dal cuore dell'Africa Nera. Per arrivare sulle coste del mare "nostro" affrontano odissee che fanno impallidire le storie omeriche. Sono incalzati dalla loro fame, dalla fame e dalla sete dei loro figli, dalla ferocia dei signori tribali della guerra, foraggiati dai mercanti d'armi (ormai, per quel che riguarda l'Italia, senza più controlli). Sono i figli della disperazione e si aggrappano a quell'esile divinità che è la speranza di chi non vuole morire giovane. Noi li consideriamo non solo persone da ricacciare, ma dei furbi, clandestini per vocazione delinquenziale. Come mostrano i risultati di un recente referendum, non ci interessa preservare i nostri bambini dallo "smog" dell'alta tensione, i pericoli per loro e per noi, sono altri, sono le possibili modifiche al panorama umano che ci sta intorno. Noi onoriamo, giustamente, chi cerca la libertà, ma ci piacciono quelli che si possono permettere il lusso di desiderare le libertà con la L maiuscola. Quelli che invocano la libertà di non morire a trent'anni, li consideriamo gente da cui guardarci. E comunque sono troppi.

5

Davvero? Persino quel sensibile terzomondista che è il nostro Sorridente del Consiglio è costretto ad ammetterlo: abbiamo ancora grande bisogno di terzomondiali per le nostre industrie. le nostre campagne, la cura dei nostri vecchi abbandonati dallo Stato. Ma lui si è portato dietro, al governo, pur di salvarsi dalla galera, il peggior gruppo di razzisti e di pirla senza cultura che abbia mai infestato l'Italia dal 1945 in poi. Quindi non può insistere, deve barcamerarsi.

Già: in barca anche lui.



Ettore Masina

giovedì, giugno 26, 2003

Oh, Blogger è cambiato.
Da qualche giorno m'è venuta una strana voglia di scrivere, di scrivere un racconto.
Sarà perchè stavo leggendo Mr. Right for the Night, di Marisa Makle, che è ambientato dalle parti di UCD e mi son chiesto se non potevo farlo anch'io.

Il problema è che il mio italiano è vergognosamente andato, basta vedere come scrivo su questo blog, a forza di leggere, scrivere e parlare l'inglese. Non mi resta allora che farlo in lingua straniera. La cosa mi affascina ed è anche un bell'esercizio. Vedremo gli esiti.

mercoledì, giugno 25, 2003

Viviamo le nostre vite, sia individualmente sia nelle nostre relazioni reciproche, alla luce di determinate concezioni di un possibile futuro comune, un futuro in cui certe possibilità ci attraggono e altre ci respingono, alcune sembrano già precluse e altre forse inevitabili. Non esiste presente che non sia informato dall’immagine di un qualche futuro, e da un’immagine che compare sempre nella forma di un telos verso cui ci dirigiamo o manchiamo di dirigerci nel presente. Imprevedibilità e teleologia coesistono dunque come parti della nostra vita: come i personaggi di una narrazione letteraria, non sappiamo che cosa accadrà in seguito, ma ciononostante le nostre vite hanno una certa forma che si proietta verso il futuro. Perciò le narrazioni che viviamo hanno un carattere tanto imprevedibile quanto parzialmente teleologico. Se la narrazione della nostra vita individuale e sociale deve continuare in modo intelligibile, sono sempre necessarie due condizioni: da un lato ci devono essere dei vincoli quanto al senso in cui la storia può proseguire, e dall’altro, all’interno di questi vincoli di dev’essere una molteplicità indefinita di sensi in cui essa può proseguire.

Alasdair MacIntyre, Dopo la virtù

martedì, giugno 24, 2003

Il passaggio da un wi-fi gratuito ad un 56k tin è a dir poco problematico. aaargghh
Per fortuna la tecnologizzazione non coincide con la civiltà; si vive bene anche senza internet.
Chiudo.