sabato, gennaio 07, 2023

NEL REGNO BORBONICO, QUANDO SI STAVA PEGGIO (FORSE…)

LE SETERIE DI SAN LEUCIO: IL SOGNO UTOPICO DI UN DESPOTA ILLUMINATO, DI UN VISIONARIO O DI UN RIVOLUZIONARIO?

Il viaggio nel Regno di Napoli prosegue con la scoperta delle Seterie di San Leucio, struttura di una modernità sconcertante che anticipa di un secolo e mezzo le idee visionarie e rivoluzionarie di Adriano Olivetti, dove inclusione, partecipazione ed uguaglianza sono le parole chiave per costruire una realtà migliore.
Ad una manciata di chilometri dalla splendida Reggia di Caserta ecco un’altra meraviglia schiudersi agli occhi degli amanti della cultura: San Leucio, una frazione il cui nome ha fatto il giro del mondo grazie alla lavorazione della seta.
La storia della seta che ha fatto il giro del mondo ha inizio nel 1773, quando Ferdinando IV di Borbone, poco incline al lusso degli ambienti reali, decide di costruirsi un rifugio in un luogo solitario, per poter sfuggire di tanto in tanto alla fastosa vita di corte.
E in questo Ferdinando era un esperto: spessissimo fuggiva dal Palazzo Reale di Napoli travestito da lazzarone per andare a giocare nelle taverne, mescolandosi con la gente del popolo con cui condivideva l’idioma della napoletanità.
Può sorprendere il vedere nella figura di Ferdinando IV quella di un sovrano illuminato, lo stesso Ferdinando vittima dell’ignoranza impostagli dal Principe di Sannicandro nominato suo precettore dal padre Carlo, lui sì sovrano illuminato, quando lasciò Napoli per assumere il ruolo di re di Spagna. Sannicandro, non dotato di grande cultura, bigotto e ipocrita, si rivelò col tempo un precettore mediocre, favorendo le naturali inclinazioni del giovane Ferdinando a respingere la cultura consona al suo rango a favore di divertimenti e compagnie, al contrario, totalmente discordi con la sua posizione. E allora com’è possibile che Ferdinando, quel Ferdinando che ai consigli di corte necessari al governo della vita del regno preferiva le battute di caccia, abbia concepito un’idea così audace per i tempi? Be’, la Napoli della seconda metà del Settecento non fu solo quella dei Borbone, ma anche quella di un Illuminismo di elevata qualità.
L’utopia della “Città del Sole” di Tommaso Campanella, vittima dell’Inquisizione e della dominazione spagnola a Napoli e in Sicilia, sarebbe stata realizzata proprio nel “retrogrado” regno dei Borbone, dove, e qui sia dia a Cesare quel che è di Cesare, per iniziativa dei Borbone era fiorito l’Illuminismo di Vico, Galiano, Genovesi, Filangieri, Pagano.
E San Leucio, primo esempio di repubblica socialista della storia contemporanea, nasce da un vecchio progetto del defunto Gaetano Filangieri che Ferdinando IV farà suo, divenendo il despota illuminato che creerà la prima colonia socialista.
Il Complesso Monumentale del Belvedere di San Leucio (noto anche come “Bel vedere” per la vista mozzafiato sulle campagne, il Vesuvio e Capri) viene innalzato nel 1773 in prossimità del Parco di Caserta, dove già precedentemente sorgeva il rudere di una cappella dedicata al martire San Leucio, come residenza di caccia di Ferdinando IV di Borbone.
Qui il re vi trascorre giorni di spensieratezza per 5 anni, fino al 1778 anno della morte per vaiolo del suo primogenito Carlo Tito.
La prematura morte del principe ereditario rende San Leucio agli occhi di Ferdinando un luogo dei ricordi impossibile da frequentare come prima. Quindi il sovrano non volendo più recarsi nell’amena località legata alla memoria del caro estinto decise di destinarla ad altro più utile uso: quello di ospizio per poveri.
E per evitare che i nuovi abitanti andassero a creare una colonia di “scostumati e malviventi”, come scrive lo stesso Ferdinando, egli fornisce loro un’occupazione: quella di operai in una fabbrica della seta.
E qui sta la grande lungimiranza del Borbone che decide di creare una vera e propria cittadina con diverse strutture utili alla vita quotidiana: una scuola, degli alloggi, un ospedale, aree agricole ed ambienti destinati ai visitatori ed acquirenti di uno dei fiori all’occhiello delle manifatture borboniche, la seta.
Furono realizzati i quartieri abitativi con case tutte uguali costituite da due piani con la zona notte al piano superiore, un piccolo cortile con stalla e un ambiente con telaio personale per poter realizzare sete anche per conto proprio. Inoltre si provvide a riadattare il Casino Baronale e quello Reale in ambienti dove si svolgeva la formazione del personale.
Nel primo venne realizzata la scuola con gli alloggi per maestre e direttori, stanze per la trattura, la filatura e la tintura della seta; il secondo ospitò la filanda, i filatoi e i telai.
Le macchine erano alimentate grazie all’energia idraulica proveniente dall’Acquedotto Carolino tutt’oggi funzionante.
L’antica sala da ballo del Belvedere divenne la chiesa la comunità.
La fonte di lavoro basata sulla produzione di seta, uno dei settori tecnologicamente più avanzati nell’Europa del ‘700, trae origine dalla tradizione serica del casertano e fa sì che la colonia si espanda rapidamente ed i suoi concittadini inizino una collaborazione senza precedenti.
I ritmi sono incalzanti, ogni operaio lavora nella fabbrica incessantemente dalla mattina al tramonto con una sola breve interruzione per il pranzo.
Bella e produttiva, San Leucio divenne il sogno di Ferdinando IV che da Real Colonia San Leucio si trasformò in Ferdinandopoli.
Quella che era nata come una riserva di caccia divenne quindi una sorta di comunità con tanto di case e scuole il cui funzionamento era legato a uno specifico Codice delle leggi, il Codice Leuciano, che sanciva l’autonomia del piccolo borgo, regolamentandone il funzionamento ispirandosi ai principi di uguaglianza e solidarietà.
Si pensi che era prevista formazione gratuita e obbligatoria per tutti.
La scuola era obbligatoria, a partire dai sei anni di età: i ragazzi erano poi messi ad apprendere un mestiere secondo le loro attitudini e i loro desideri.
Anche la vita sociale è organizzata con disciplina. Si celebrano matrimoni solo tra concittadini e, se un uomo desidera sposare una straniera, la conditio sine qua non affinché quest’ultima venga accolta nella colonia è quella di imparare il mestiere della tessitura.
Ma forse tra tutti gli elementi che fanno della Colonia di San Leucio una precorritrice dei tempi moderni vi è quello della libertà di contrarre il matrimonio. Non più matrimoni combinati nei quali il volere dei protagonisti, soprattutto quello delle donne, era pressoché inesistente. A San Leucio una ragazza era libera di rispondere no ad una richiesta di matrimonio.
E qui tocca partire da un presupposto basilare: a Ferdinandopoli doveva regnare l’uguaglianza tra persone di ceti e condizioni differenti, ma anche tra uomini e donne, di conseguenza le discriminazioni erano abolite.
Se pensiamo che tutto ciò accadeva nel 1789, anno di entrata in vigore del Codice Leuciano, vedremo Ferdinando IV da una nuova prospettiva: quella del precursore, del rivoluzionario.
E tornando alla regolamentazione dell’istituzione del matrimonio, il Codice Leuciano prevedeva che i giovani si potessero sposare per libera scelta, senza dover necessariamente chiedere il permesso ai genitori. Per contrarre matrimonio, uomini e donne dovevano aver compiuto rispettivamente almeno 20 e 16 anni, oltre a conseguire un diploma di merito.
Il matrimonio doveva esser preceduto da un periodo di fidanzamento ed avveniva tramite una cerimonia particolare.
Nel giorno di Pentecoste tutti i promessi sposi della comunità dovevano recarsi nella chiesa della colonia. Qui, ad ogni coppia era assegnato un mazzo di rose, bianche per gli uomini e rosa per le donne.
Ad attenderli fuori c’erano gli anziani del villaggio che, come custodi della tradizione, dovevano presenziare alla celebrazione.
Di fronte ad essi, le coppie si scambiavano i mazzi di fiori come promessa di fedeltà.
Inoltre la sposa non doveva portare una dote e la neo coppia non avrebbe avuto problemi economici poiché era Ferdinando stesso a provvedere ai loro bisogni, dando loro una casa arredata e due telai, con cui la coppia avrebbe provveduto al proprio sostentamento.
Ma qual era il processo di produzione della seta?
All’interno di questa città-fabbrica si svolgevano tutte le fasi del processo produttivo che portavano alla realizzazione di veri capolavori artigianali: il filo del baco da seta (lungo anche centinaia di metri), dopo esser stato ammorbidito nell’acqua calda e steso in tensione, andava a formare delle matasse.
Successivamente, meditante il supporto di un telaio in legno, si procedeva alla tessitura ovvero alla rifinitura dei tessuti.
Il tessuto ottenuto subiva poi una serie di operazioni di rifinitura come, per esempio, la “marezzatura”, cioè la compressione sotto grandi cilindri, cui facevano seguito l’apprettatura, la cimatura e la piegatura.
Si producevano stoffe per abbigliamento e per parati, in una ricca gamma di rasi, broccati, velluti. La gamma dei colori, tutti naturali, era molto varia.
Di ogni singolo colore esistevano numerose sfumature.
Ad esempio il verde veniva declinato in verde salice, noce peruviana, orso, orecchio d’orso, palombina, tortorella, pappagallo, canario, Siviglia, acqua del Nilo, fumo di Londra, verde di Prussia.
Nei primi decenni dell’Ottocento, con l’introduzione della tessitura Jacquard, la produzione si arricchì di stoffe broccate di seta, d’oro e d’argento, scialli, fazzoletti, corpetti, merletti.
Al giorno d’oggi, complice la tecnologia, il sistema tradizionale ha subito dei cambiamenti: una volta realizzato il disegno, infatti, viene scannerizzato e passato a un telaio meccanicizzato che, come per magia, permette ai tessuti di prendere vita.
L’utopia di San Leucio terminò nel 1861, con l’annessione del Regno al Piemonte a seguito della invasione sabauda: il setificio fu dato ai privati, e lo statuto divenne carta straccia.
Tuttavia per fortuna la manifattura leuciana è sopravvissuta al Regno delle Due Sicilie e alla dominazione sabauda e, seppur con caratteristiche molto diverse, continua oggi a mantenere in vita una tradizione lontana e preziosa, che si è diffusa nel mondo.
Così i risultati di tanta fatica e perseveranza sono arrivati molto lontano ed il sogno rivoluzionario di Ferdinandopoli, valicando i confini dello spazio e del tempo, attraversando i secoli e l’oceano, ha raggiunto i nostri giorni e l’altra parte del mondo.
Basti pensare ai validi esemplari di seta di San Leucio che tutt’oggi arredano la Reggia di Caserta, le stanze del Vaticano, del Quirinale e ancora dello Studio Ovale della Casa Bianca nonché le bandiere, comprese quelle che sventolano a Buckingham Palace.
Andare San Leucio a visitare il Palazzo del Belvedere che ospita il Museo della Seta equivale a scoprire un mondo nuovo, il mondo della seta. Sì, perché il Museo è un prezioso contenitore di meraviglie che permette di ripercorrere le tappe salienti del successo serico di questa realtà ammirando antichi macchinari, telai, manufatti, torcitoi, ma non solo… Ammirare la splendida, cromia dei tessuti e degli abiti in mostra è un piacere per gli occhi… E cos’è questa se non Arte?

ELEONORA GENOVESI

Questo articolo è stato pubblicato in MC

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