lunedì, dicembre 04, 2023

Il proprio pensionamento

Ho poco da dire a chi ha acquisito una esperienza sul campo, tra gli ammalati ascoltando le loro storie, i loro bisogni, le loro lamentele, condividendo i loro disagi e le loro ansie per la paura della malattia. Una realtà osservata fatta da essere umano per altri esseri umani; parlare con il cuore di cose vere, che nascono dalla vita. In ogni cosa il fare dipende dal capire e il capire dipende dall’ascoltare, vedere, conoscere. Queste mie parole possano essere utili ai più giovani, perché anche loro andranno in pensione e il confrontarsi con i problemi della pensione e il conoscerli, quando sarà il loro turno, sarà sicuramente comodo.

Questo, infatti, non è un evento facoltativo della nostra vita ma una sicura realtà anche se quando si domanda ai più giovani che pensano di tale fase della vita rispondono: “Non ci penso". E questo per non accettare un evento ritenuto scomodo, lo si ignora. Il pensionamento produce un drastico cambiamento nello stile di vita. La festa, il brindisi, il regalo sono momenti piacevoli. Ma “passata la festa” fuori da quel mondo dove si è trascorsa una vita, cosa ti attende? Finito il rito della timbratura del cartellino e svuotati i cassetti dell’armadietto ... La vita è spesso perdita, abbandono di qualcosa, di persone, cose ... La nostra vita è fatta di partenze: partire è un po’ morire. La perdita di una persona amata toglie a chi resta la voglia di vivere. Restare soli mette l’individuo nella necessità di riorganizzare le proprie risorse interne ed esterne per far fronte alle difficoltà del cambiamento. Ma non è facile reagire, specie se si deve consumare il dolore in solitudine. La stanchezza, fisica e psichica, i dolori e le delusioni, lasciano segni e per cancellarli occorre molto tempo. E certi dolori lasciano impronta per sempre, ben sapendo che qualsiasi proseguire non è mai un dono, ma una conquista, quasi sempre anche scomoda.

Il pensionamento non deve essere vissuto come un aborrito traguardo ma come un punto di partenza trasformandolo in occasione di rinnovamento, di recupero di vecchi interessi e di aspirazioni. Certo, tutti ci sentiamo ad una certa età abbandonati negli affetti e tutti vorremmo sentirci amati semplicemente girando un interruttore sempre disponibile. Ma questo non è possibile. Né si deve calare mai definitivamente il sipario. Ognuno di noi ha un mandato d’amore e può viverlo anche al meriggio. Forse il sole del tramonto è meno bello di quello dell’aurora? La nostra tristezza dipende anche da noi, non è proficuo fare un pacco di tutte le cose che ci sono andate storte e portarlo sempre con noi per aprirlo in ogni occasione. Anche uno stato d’animo di piccole cose, un po’ di calore umano, un sorriso, un raggio di sole fanno ritrovare la gioia di vivere. Ma nei nostri rapporti interpersonali quotidiani poche volte ci è capitato di incontrare individui che hanno costruito se stessi nei valori della humanitas e della pietas e quindi sanno leggere la propria vita e quella degli altri per sintonizzarsi con se stessi e con il prossimo. Che hanno acquisito umanità, che hanno imparato ad accettare gli eventi, a metabolizzare il dolore. Con il proprio carattere, con la propria storia, con i propri limiti, hanno cercato di andare avanti.

Tutta la vita è cammino e se si vuole entrare nel mondo e negli altri bisogna lasciare la porta aperta a chi ha bisogno di aiuto. Tutti possiamo essere portatori di speranza. Dedicarsi agli altri non è sempre gratificante. A volte è faticoso, talora persino frustrante quando si incontrano indifferenza e ingratitudine. Ma non c’è piacere più grande che accendere un sorriso, togliere un po’ di dolore perché scaldando il cuore degli altri si riscalderà anche il proprio.

 

Vittorio Giuseppe Bottone

31 luglio 2000

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