domenica, aprile 19, 2026

Nostra morte

Nulla di più sereno e drammatico a un tempo.Il compagno morto, coperto da una di quelle coltri crociate che si usano nelle chiese nella Settimana di Passione; il mio letto diviso dal suo da un tramezzo rosso; la finestra aperta al sole di primavera.

Fuori un gorgheggio d’uccelli, una canzone di giovinezza, un motivo d’ocarina, i latrati lamentosi dei cani della clinica torturati da atroci incisioni. E dappertutto la presenza tranquilla di una morte ariosa, fatta di luce, di sorrisi, di gaudio, di perdono. Se fosse stato il mio turno, non mi sarei quasi accorto del trapasso, o sarei stato contento.

Strano vecchio. Il volto somigliava a quello di un frate esumato; i cerchietti d’oro alle orecchie gli conferivano un aspetto quasi di santità. Era rassegnato a morire, perché non aveva mai chiesto nulla alla vita, e poche ore prima l’avevo sentito mormorare le sue preghiere.

Mi aveva narrato la sua sventura con estrema semplicità.

Da Villa Santa Lucia era partito un mattino all’alba per la sede della «Fondiaria», dovendo effettuare il pagamento delle tasse, e il colpo omicida, sparatogli da una siepe, l’aveva steso a mezza strada.

Nel delirio ricostruiva la scena selvaggia, ripetendo le parole di rampogna che gli erano uscite di bocca cadendo, serene e ammonitrici come quelle di Cristo ai suoi nemici:

«Perché mi avete sparato? Che male vi ho fatto? Non avete sbagliato il colpo?».

Sì, forse avevano sbagliato. Come Cristo, egli non aveva peccati.

«Che male vi ho fatto? Siete venuti nella mia casa e v’ho accolti col bicchiere colmo, accanto al fuoco. Avevo una botte alta sette cubiti e l’ho aperta per voi. Ognuno che entrava dalla mia porta ne usciva con un po’ di pane del mio forno, un po’ di farina della mia madia».

C’era qualcosa di solenne, di patriarcale in queste scene che io mi ricostruivo davanti alla vittima dell’odio anonimo: qualcosa di primordiale che mi accostava alla divina e umana realtà del mio sogno — tornare alle cose semplici, tornare alle opere buone, perdonare finalmente a chi ci offende, porgere l’altra guancia a chi ci percuote.

«Non per nulla, vecchio mio, la mia carne doveva soffrire nell’angustia di questo ospedale!».

Sentivo adesso la sua voce parlarmi così da presso che mi pareva giacessimo nello stesso letto, abolito ogni privilegio ed ogni comune miseria, soppresso ogni orgoglio, divinamente poveri e straricchi come il poeta di «Sora Acqua» e di «Frate Sole».

«Perché mi avete teso l’agguato? Ho aperto il solco conducendo fin tre paia di buoi; ho sparso il seme col ventilabro più capace; ho dato l’unico figlio alla guerra che Iddio non volle; ho mietuto dall’alba al tramonto fino a temere di non poter più rialzare la fronte, come fossi piegato in due. Quando stringevo la mano all’amico dovevo porgerle entrambe per sentirne il tepore, tanto la mia destra era callosa».

Ma forse non era soltanto rassegnato. Era stanco del suo caparbio lavoro, stanco per sé e per tutti gli avi, e sapeva che morire è riposarsi per sempre, rinascere nella vita eterna.

«Hanno arrestato un uomo: quegli che — si dice — m’abbia appostato. Io non l’ho visto e non posso accusarlo, e seppure…».

Non era delirio, era amore. E queste parole così traducevo per l’anima mia assetata:

«Non so chi m’abbia colpito, e mi duole, perché vorrei perdonargli. Se colui odia, vuol dire che più d’ogni altro abbisogna di misericordia».

Chi era? Un atomo disperso, un frammento incalcolabile dell’universo, un brandello d’umanità sanguinante, vittima del grande peccato originario — come me, come tanti che non vogliono ricordare che la vita terrena è soltanto un attimo d’eternità e che la morte può ricondurci sulla via maestra, se abbiamo camminato bene.

BENIGNO ASSUNTI


27 ottobre 1946


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