domenica, aprile 12, 2026

L'appuntamento della carità

Caro Benigno,

credo che additare all’uomo esempi di vita vissuta e consumata cristianamente, in modo eroico, valga molto più di ragionamenti teologici e filosofici. Per questo, con il solo ideale di poter fare un poco di bene a qualcuno, narro per le tue colonne la vita e la morte di mio padre, tanto intimo della tua grande famiglia di lettori.

Si spegneva a 64 anni, la sera del 3 gennaio 1949, Speme Salvatore, ex guardia municipale e custode di un villino di nobile famiglia. Soffriva da anni pene grandi, addirittura ineffabili negli ultimi mesi: un cumulo di malattie, l’una più spaventosa dell’altra, ne ha consumato l’esistenza: scompenso cardio-renale progressivo, catarro bronchiale cronico, prostata con conseguente impedimento urinario, per cui era costretto a tenere il catetere in permanenza, e altri mali minori quasi a contorno. Fu due volte, per dodici mesi complessivi, in ospedale per operazione di epicistite, senza alcun risultato; ultimamente fu operato di ascesso per iniezione mal fatta. Un attacco finale di uremia, per disfunzionamento totale dei reni, lo ha condotto alla tomba.

In mezzo a così gravi mali, costretto continuamente a letto, non ha mai cacciato un lamento, non si è mai infastidito; ha conservato sempre una calma eroica, sciogliendo inni di fede e di grazie alla volontà di Dio e alla divina Provvidenza, tanto più ardenti quanto più incrudelivano i mali. Questa eroicità nel saper soffrire, soprattutto per non infastidire chi lo curava — la moglie e l’unico figlio —, e la sua stessa morte, che fu più un dormire che un morire, hanno meravigliato tutti: i medici curanti, gli infermieri, lo stesso sacerdote Don Giovanni Bandino, cappellano di ospedale.

Fino a pochi giorni prima di morire soffriva cantando; era la sua passione il canto della migliore lirica italiana e il canto sacro. Ma la più vera e alta passione era vivere integralmente il cristianesimo. Finché ha potuto, ogni mattina si è trascinato all’alba alla vicina cappella dell’Istituto Maria Ausiliatrice per servire la Santa Messa e comunicarsi. Comunicarsi e recitare il Rosario era il suo conforto, anche costretto a letto e fino nell’estrema agonia.

La notizia della morte meravigliò tutti. Nessuno poteva immaginare che morisse un uomo che non diceva mai di soffrire, che non accusava dolori, che scherzava e cantava. Ma appena si sparse la notizia fu un esercito di accattoni e di poverelli a venirlo a visitare. Erano i suoi veri amici.

Eppure egli era povero: pativa spesso la fame e non pochi benefattori hanno dovuto pensare alle esequie. Era povero, eppure beneficiava numerose istituzioni caritative: a venticinque di queste si è dovuta comunicare la sua morte. Era povero, eppure alla sua porta hanno ogni giorno bussato i poveri e sempre hanno ricevuto qualcosa. Quando non aveva letteralmente nulla, si mortificava e chiedeva scusa agli accattoni.

Quando il villino fu occupato dalle truppe americane, egli fu minacciato di licenziamento dal posto di custode perché entrava troppa gente “sospetta”. Erano i suoi poveri, che non lo hanno mai lasciato e che, con il loro pianto, gli hanno fatto la più bella corona.

Gli stessi proprietari del villino — eredi di una nobiltà boriosa e altera — lo maltrattarono quando, infermo, non poteva più esercitare la custodia, lo licenziarono e non lo retribuirono negli ultimi mesi; ma si inginocchiarono attorno alla sua salma e pregarono.

Grande dolore gli fu il non poter vedere l’unico suo figlio, Andrea, sacerdote. Ma anche questo sacrificio lo offrì con gioia al Signore. Ed ora quel figlio, a sedici mesi dal sacerdozio, ha giurato sul suo sepolcro che vorrà essere l’apostolo della sofferenza e della povertà.

Accolito Speme          
Seminario Arcivescovile di Napoli

 

Questo è un appuntamento per tutti.          
Sono stato in forse se segnalare questa morte bella, che ha il volto di Cristo, nell’atmosfera della Pasqua santa, o dare la precedenza ai tanti casi pietosi che attendono. Ma la carità è come una grande sinfonia, sinfonia d’amore, il più alto amore che mente umana possa concepire e cuore cristiano sentire. E le grandi sinfonie hanno bisogno di un intermezzo: un poco di tregua, di respiro, per alimentarsi e… spiccare altri voli: vero, amici lettori?

Eccoti dunque accontentato, fratello Andrea Speme. Questa vita e questa morte serviranno d’esempio; e se sono servite intanto a farti giurare che sarai l’apostolo della carità, benedette le sofferenze che accompagnarono il transito di tuo padre! Un altro “pazzo di Cristo” si è schierato alla destra di Dio.

BENIGNO

 

1 maggio 1949

Nessun commento: