sabato, giugno 26, 2010

Il caso Papini, ribelle dimenticato

L’irregolarità e l’unicità dei percorsi letterari in Italia non è per niente amata e la sorte degli scrittori che hanno scelto, anche in forme discutibili ed eccessive, un proprio percorso completamente indipendente rispetto alla società letteraria e alle temperie ideologiche dei suoi tempi, è segnata. L’accesso al "canone" letterario per loro è difficile, pena la dimenticanza. Tra i più dimenticati, l’autore di Un uomo finito e Storia di Cristo, due tra i libri più importanti del Primo Novecento italiano, Giovanni Papini.

E a sostenere questo errore tipicamente italiano c’è stato uno scrittore del calibro di Jorge Luis Borges che aveva detto: «Sospetto che Papini sia stato immeritatamente dimenticato». Un sospetto che, in questi anni, ha dimostrato la sua implacabile verità, perché il "ritorno" di Papini è sempre stato rimandato, a differenza di altri "irregolari" che invece hanno suscitato un curioso interesse, come nel caso di Malaparte. Speriamo, ora che arriva, edito nella meritoria collana dei "classici cristiani" di Cantagalli, finalmente in libreria, la ristampa di un libro-cardine nella sua esperienza di scrittore, Sant’Agostino (pagine 254, euro 18,00), che ci si disponga finalmente a riaprire il "caso" Papini, prima dissacratore, ateo, ribelle poi convertito al cristianesimo (nel 1921), in una dimensione tutta sua, quasi controcorrente.

Nell’ampia e importante prefazione al libro Carlo Lapucci, lo inquadra come «uomo di polemica e di critica, con tutti i difetti del polemista sarcastico, orgoglioso e mai soddisfatto, anche se disordinatamente, ha contribuito allo svecchiamento di un’Italia ancora piccola e conformista», ma mette anche in rilievo il segno di un’irrequietezza che diventa «la chiave nella quale va letto oggi Papini: i difetti sono gl’ingredienti di cui è fatta una personalità singolarissima e tutta italiana con l’ansia di trovare, scoprire, distruggere e rinnovare», con due temi che segnano il suo tormento e la sua meditazione: Dio e il Male.

La figura di Sant’Agostino diventa ai suoi occhi una sorta di alter-ego, con il quale confrontarsi proprio su questi due temi. E il Santo d’Ippona diventa decisivo per la sua maturazione, una sorta di inconsapevole inseguimento della sua storia pubblica e interiore che avviene fin dai tempi dell’infanzia e della giovinezza, quando ne sente parlare da una sua zia o quando alla Galleria degli Uffizi vede una piccola tela di Sandro Botticelli, rimanendo affascinato, come sottolinea lui stesso, da quel «singolare colloquio tra la sacra vecchiezza e l’ingenua puerizia dinanzi al gran mare chiaro e deserto».

È la gioventù inoltrata a offrirgli l’incontro risolutivo, attraverso la lettura delle Confessioni. È ancora presto per trovare una corrispondenza piena al nodo metafisico, ma la dimensione umana dell’esperienza di Agostino diventa per lui fondamentale: «Posso dire che prima di tornare a Cristo, Sant’Agostino fu, con Pascal, l’unico scrittore cristiano ch’io leggessi con ammirazione non soltanto intellettuale. E quando mi dibattevo per uscire dalle cantine dell’orgoglio a respirare l’aria divina dell’assoluto, Sant’Agostino mi fu di gran soccorso».

Del resto il giovane Papini, nella sua irrequietezza, si ritrova in una dimensione quasi a specchio rispetto a quella agostiniana, tanto che non ha problemi a scrivere: «Gli somigliavo, si capisce, nel peggio, ma insomma gli somigliavo. E che un uomo a quel modo, così vicino a me nelle debolezze, fosse arrivato a rinascere e a rifarsi mi rincorava».

La biografia esce nel 1929, ma per Papini è una sorta di debito morale, che ha più volte rimandato: «Da un pezzo meditavo di scriver questa vita, ma, preso da un’opera che mi pareva di gran lunga più importante, l’avevo sempre rimandata, senza mai rinunziarvi, finchè la voglia mi ha vinto e mi ha forzato a sciogliere il voto».

Qualcuno potrebbe obiettare che la "vita" di Papini possa sembrare datata, visti gli studi e le ricostruzioni biografiche che del Vescovo di Ippona, sono state fatte: va detto invece che la biografia di Papini stupisce proprio perché pensata da un grande scrittore che ha scelto di raccontare, al di là delle competenze critico-testuali necessarie, ponendosi nella condizione di ogni lettore, che vuole capire il senso dell’esperienza agostiniana. E la sua costante attualità. Così non sceglie né l’aspetto puramente biografico, né quello dell’illustrazione del suo pensiero, bensì segue la necessità di scrivere, «come artista e come cristiano, la storia di un’anima e anche gli accenni alla sua opera immensa non sono altro che assaggi, necessari per illuminare meglio il suo spirito e per dare un’idea meno monca della sua grandezza».

Evitando così il rischio dell’agiografia a tutti i costi, soprattutto nella volontà che è anche la novità sostanziale che anche storicamente rappresenta questa biografia, di non voler celare o soprassedere sugli aspetti negativi della vita del Santo, osservandoli nella prospettiva del percorso di Redenzione. Per un bisogno di verità rispetto alla rappresentazione anche del Male: «Non ho nascosta o velata nessuna delle colpe di Agostino giovane, a differenza di certi panegiristi di buona volontà ma di poco senno, i quali si studiano di ridurre quasi a nulla la peccaminosità dei convertiti e dei santi, non pensando che proprio nell’esser riusciti a risalire dal letamaio alle stelle consiste la loro gloria e si manifesta la potenza della Grazia».


Fulvio Panzeri

Avvenire, 25 giugno 2010

giovedì, giugno 24, 2010

Il nuovo libro di Paolo Gulisano su Newman


Un'agile biografia per conoscere l'uomo che sta dietro il teologo, il filosofo, il cardinale, il prosatore e il più autorevole apologista della fede che abbia prodotto la Gran Bretagna: John Henry Newman (Londra, 21 febbraio 1801 – Edgbaston, 11 agosto 1890).
Questo libro si sofferma sui passaggi fondamentali della biografia del nuovo beato, sottolineando la sua figura di intellettuale moderno, capace cioè di dire le ragioni della fede cristiana accettando in pieno la sfida culturale e intellettuale d'oggi.La figura di Newman ha inaugurato il filone dei «grandi convertiti inglesi» (Chesterton, Marshall, Waugh... fino all'ex premier Tony Blair).


«Il libro che sto presentando può essere un valido aiuto per entrare nella vita interiore di Newman» (Card. Carlo Caffarra, Arcivescovo di Bologna).



Benedetto XVI sarà nel Regno Unito dal 16 al 19 settembre 2010 e la visita si concluderà con la beatificazione di Newman, fortemente voluta dal Papa.



Paolo Gulisano

JOHN HENRY NEWMAN
Profilo di un cercatore di Verità

PAGG.: 160
PREZZO: 13,00 euro
FORMATO: 14,5*21
ISBN: 978-88-514-0770-4

Prefazione del card. Carlo Caffarra, Arcivescovo di Bologna

In libreria a partire
dal 23 giugno 2010

mercoledì, giugno 23, 2010

If I stand

There's more that rises in the morning
Than the sun
And more that shines in the night
Than just the moon
It's more than just this fire here
That keeps me warm
In a shelter that is larger
Than this room

And there's a loyalty that's deeper
Than mere sentiments
And a music higher than the songs
That I can sing
The stuff of Earth competes
For the allegiance
I owe only to the giver
Of all good things

So if I stand let me stand on the promise
That you will pull me through
And if I can't, let me fall on the grace
That first brought me to You
And if I sing let me sing for the joy
That has born in me these songs
And if I weep let it be as a man
Who is longing for his home

There's more that dances on the prairies
Than the wind
More that pulses in the ocean
Than the tide
There's a love that is fiercer
Than the love between friends
More gentle than a mother's
When her baby's at her side

And there's a loyalty that's deeper
Than mere sentiments
And a music higher than the songs
That I can sing
The stuff of Earth competes
For the allegence
I owe only to the Giver
Of all good things

And if I weep let it be as a man
Who is longing for his home.

Rich Mullins/ Jars of Clay

martedì, giugno 22, 2010

Wind Rose Hotel

Ho iniziato a collaborare con il blog Wind Rose Hotel. Scriverò di filosofia, in inglese.
Il primo intervento è su Habermas e la secolarizzazione.

lunedì, giugno 21, 2010

Newman a Leonforte

Newman a Leonforte: "Nel 1833 Newman stava visitando la Sicilia quando un attacco di febbre tifoidea lo costrinse a fermarsi a Leonforte, nella provincia di Enna. Questi pochi giorni a Leonforte e l'esperienza della morte imminente rappresentarono un momento decisivo nella vita dell'allora giovane pastore anglicano.
Il 4 giugno scorso nella cittadina siciliana è stato commemorato questo episodio.
Qui maggiori particolari.
"

venerdì, giugno 18, 2010

By the babe unborn - Dal bambino non nato

Rodolfo Caroselli ha tradotto in endecasillabi e settenari in rima questa bella poesia di Gilbert Keith Chesterton.
Spesso si dice che solo un poeta può tradurre un poeta e qui ne abbiamo la prova.



BY THE BABE UNBORN

If trees were tall and grasses short,
As in some crazy tale,
If here and there a sea were blue
Beyond the breaking pale,

If a fixed fire hung in the air
To warm me one day through,
If deep green hair grew on great hills,
I know what I should do.

In dark I lie: dreaming that there
Are great eyes cold or kind,
And twisted streets and silent doors,
And living men behind.

Let storm-clouds come: better an hour,
And leave to weep and fight,
Than all the ages I have ruled
The empires of the night.

I think that if they gave me leave
Within that world to stand,
I would be good through all the day
I spent in fairyland.

They should not hear a word from me
Of selfishness or scorn,
If only I could find the door,
If only I were born.


DAL BAMBINO NON NATO

Se l’erba fosse bassa e alti gli alberi,
come in un folle mito,
se qui e là un mare si estendesse
azzurro e proibito,

se un fuoco stesse appeso su nell’aria
il giorno a riscaldarmi,
se verdi chiome i colli ricoprissero,
io saprei comportarmi.

Nel buio giaccio: sogno grandi occhi
gelidi oppur clementi,
e vie tortuose e porte silenziose,
e dietro dei viventi.

Che venga la tempesta: meglio un’ora,
aperta a pianti e lotte,
di tutti i secoli che ho dominato
gli imperi della notte.

Nel paese fatato, questo credo,
se l’entrata ottenessi,
per l’intera giornata sarei buono
che laggiù rimanessi.

Nessuna mia parola avara o ria
raggiungerebbe essi,
se soltanto mi aprissero la porta,
se solo io nascessi.

giovedì, giugno 17, 2010

E verrà




E Verrà ...
parole e musica di Claudio Chieffo

E verrà come il sole che sorge al mattino,
volerà come il vento che vola lontano,
canterà , canterà come canta un bambino,
correrà come chi vuole dirti:
“E’ vicino! Il Signore é qui!”
Corre chi sa di portare una buona notizia,
corre sicuro e guarda davanti a sè,
come colui che conosce la vera giustizia,
corre sicuro e guarda davanti a sè.
E verrà come il sole che sorge al mattino,
volerà come il vento che vola lontano,
canterà , canterà come canta un bambino,
correrà come chi vuole dirti:
“E’ vicino! Il Signore è qui!”
Voglio cantarti Signore finchè avrò respiro,
voglio cantarti e stare vicino a Te,
niente mi può più fermare perchè Tu sei vero,
corro sicuro e guardo davanti a me.
E verrà come il sole che sorge al mattino,
volerà come il vento che vola lontano,
canterà, canterà come canta un bambino,
correrà come chi vuole dirti:
“E’ vicino! Il Signore è qui!”

mercoledì, giugno 16, 2010

La forza della vita [La giornata]

La forza della vita [La giornata]: "

Andrea Bocelli si è stupito quando ha cominciato a ricevere telefonate da tutto il mondo, cioè più telefonate del solito. Volevano sapere di quel messaggio ripreso dai giornali, in cui racconta di sua madre incinta a cui in ospedale era stato consigliato di abortire e che non aveva ascoltato il consiglio. “Ho detto quelle cose un anno e mezzo fa, in un videomessaggio per padre Richard Frechette (padre Rick), un missionario che lavora per i bambini di Haiti e meriterebbe lui solo un romanzo".

Continua sul sito del Foglio.it

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martedì, giugno 15, 2010

Vivo Altrove

Vivo Altrove: "

Claudia Cucchiarato, Vivo Altrove. Bruno Mondadori, 2010, 228 pp. 18€



La categoria degli “italiani all’estero”  di tanto in tanto, vuoi per vicende elettorali, vuoi per il suo essere cartina al tornasole vera o presunta di molti malesseri, richiama a fasi alterne l’attenzione dei media e degli studiosi. Raramente si è però cercato di dare una voce alla sua versione più recente e nascosta, impersonata da quai giovani sotto i trent’anni che lasciano l’Italia nel periodo degli studi universitari o immediatamente dopo. Le loro testimonianze le si ritrova disperse nei blog, nelle lettere ai quotidiani, in qualche documento video. In tal senso il libro di Claudia Cucchiarato, Vivo altrove, è un utile spaccato, che si raccomanda per la scrittura asciutta, la mano leggera, la discrezione nel raccogliere narrazioni intime e sofferte; e si lascia perdonare una certa inclinazione al pathos. L’autrice, collaboratrice de l’Unità, è essa stessa expat a Barcellona da diversi anni. In tutti i casi narrati assistiamo a piccole epiche della conquista e della crescita, con passaggi obbligati: il viaggio con un biglietto di sola andata in tasca, gli inizi difficili, il caso, l’amore, i traslochi, la solitudine, l’affermazione professionale; e lungo il tragitto lo spazio di libertà conquistata, lo sguardo critico sull’Italia, la sensazione che nel Paese d’origine un percorso come quello che si è fatto non lo si sarebbe mai potuto fare, non alle condizioni che ormai si giudicano irrinunciabili.


Vorrei invitare a riflettere sul potere di attrazione di queste narrazioni epiche. Direi che questo potere deriva in parte da una concettualizzazione ancora carente dello spostarsi oltre confine. Si parla di “emigranti” per chiunque vada a vivere o lavorare oltre confine, ma andare a lavorare a Parigi, Barcellona, Londra o Berlino non è oggi, nel ventunesimo secolo, emigrare. Emigra o espatria chi sceglie di attraversare l’Atlantico o di andare a Dubai o Shangai. L’Europa di Schengen, quella dell’EURO e financo l’Unione allargata non dovrebbero più essere considerate come un luogo di “emigrazione” per gli italiani. La differenza rispetto all’emigrazione antica o lontana sta in parte nel quadro normativo: la cittadinanza europea, la non necessità del permesso di soggiorno, la moneta unica, il trasferimento dei contributi previdenziali, i trattati contro la doppia tassazione, la possibilità di muoversi senza controlli. In parte, naturalmente, contano il proliferare dei voli low cost e la caduta verticale dei costi di comunicazione – telefonare da Parigi a Roma costa come farlo da Ostia. Gli ultimi due fattori, economici, hanno ampia risonanza nei media, ma sono i primi a rendere possibile una vita normale a chi si sposta in cerca di impiego. Cucchiarato parla di questi fattori; ma mi sembra che delle conseguenze assai poco timide potrebbero venir tratte dal fatto che per un torinese è altrettanto se non più semplice andare a vivere a Parigi che a Napoli, al di là delle considerazioni sull’offerta di lavoro. L’Europa, o una delle Europe sopraccitate, è oggi non tanto un ideale sopranazionale, ma la soluzione pragmatica all’esigenza di mobilità dei suoi cittadini, e in particolare di quelli che si affacciano al mondo del lavoro.


La rivoluzione concettuale cui si deve lavorare è allora quella che ci permette di ridefinire gli emigranti intraeuropei essenzialmente come persone che effettuano una mobilità; per loro alla categoria dell’emigrazione va semplicemente sostituita quella della mobilità. Anche per il discusso voto degli italiani all’Estero questa sostituzione avrebbe la sua importanza: chi dall’Italia si muove in Europa dovrebbe avere il diritto non tanto di votare per il Parlamento Italiano, ma di votare per il Parlamento del Paese in cui si è spostato. Dopotutto – rovesciando un argomento amato dai detrattori del voto estero – è lì che paga le sue tasse. Una classe politica avvertita potrebbe cominciare a ragionare sulla possibilità di dare un quadro europeo a questo diritto, quantomeno un quadro che incoraggi rapporti bilaterali in tal senso. Su tutt’altro fronte, imprenditori avvisati potrebbero cominciare a ragionare sulla possibilità di consorziarsi per offrire pacchetti che includano un job per il partner di chi intendono assumere, sulla falsariga di quanto avviene negli Stati Uniti persino nel mondo accademico.  E la previdenza potrebbe cominciare a tener conto delle particolari condizioni di precarietà di chi è in mobilità, e studiare reti di sicurezza specifiche per chi si trova a vivere altrove. In un paese come l’Italia in cui la famiglia è l’incarnazione del principio di sussidiarietà, sapere che i propri genitori in patria sono seguiti in maniera consona e degna dal sistema sanitario e previdenziale non è un dettaglio indifferente per chi si muove. La lista è lunga. Va affrontata, altrimenti ci troviamo nella situazione moralmente non ineccepibile di avere un esercito di persone mobili ma prive di tutele.


L’epica delle storie raccolte da  Claudia Cucchiarato non è quella dell’emigrazione, così  prossima alle grandi narrazioni dell’esilio. È piuttosto l’epica dell’uscita di casa, dell’indipendenza conquistata. Riconfigurare le storie di Vivo altrove come storie di mobilità permette di vedere di quale difficoltà italiana esse in fondo raccontino. È la difficoltà di muoversi in Italia ad essere il tema nascosto del libro. Uscire di casa, cercare un’indipendenza a venti, a venticinque anni, non è agevole in Italia. La mobilità europea è semplicemente la soluzione al problema delle insufficienti condizioni per la mobilità italiana.

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lunedì, giugno 14, 2010

The Philosophical Habit of Mind: Rhetoric and Person in John Henry Newman

Oggi ho firmato il contratto con Zeta Books per la pubblicazione di un mio libro su Newman in inglese.
Si intitola The Philosophical Habit of Mind: Rhetoric and Person in John Henry Newman's Dublin Writings e uscirà a fine agosto.