È come godere un’altra primavera: e mi diceva ieri un’anima austera, un tantino giansenista, che quando capita di vivere su certe stupefatte plaghe si deve filare su una lama di rasoio, ché passare da un paradiso all’altro sarebbe solenne ingiustizia. Al che obiettai che pazzia invece è considerare un battito di ciglio — qual'è la giornata mortale — sullo stesso piano dell’eternità. Ci mettemmo d’accordo nel sentenziare che quel che conta non è «dove» ma «come» si vive. E seguitammo la peripatetica ottobrata.
Un
cielo di seta sembrava annegare a poco a poco fra i giardini chiusi; e con le
prime ombre scese dai tetti bassi, dalle finestre ancora socchiuse, dalle
terrazze in attesa delle stelle, dagli orti, nacque quel mormorio lieve, quel
fruscio lento, quel tinnir discreto che prelude l’ora della cena.
Né
notte. È l’ora del Rosario in famiglia. Già: c’è ancora al mondo, c’è in questa
Roma cristiana, su questo colle dove le case di Dio sono le case del villaggio,
c’è ancora brava gente che si ritrova alla stessa ora davanti all’altare per
invocare la Vergine. E non è a dire che siano modesti i templi dove la Madonna
dà appuntamento ai suoi fedeli. Santa Sabina — restaurata — ha riaperto le
porte in uno sforzo di marmi, di luci e di bellezza che la fanno in tutto degna
dell’inizio quaresimale «in capite ieiunii». Santa Prisca ricorda la «ecclesia
domestica» di cui fa menzione San Paolo nelle sue lettere e presso la quale
avrebbero dimorato e battezzato i principi degli apostoli.
L’organo
di Santa Sabina è davvero gaudioso come le sue mura, come le sue colonne.
Quello di Santa Prisca è più intimo e discreto. La Vergine non ha preferenze.
Fra il tempio di Sant’Anselmo, severo, tutto a picco, abissale, un po’ tetro
come il coro dei suoi monaci, e quello di Sant’Alessio, ispirato alla povertà
eroica, i templi delle due vergini e martiri — Sabina e Prisca — le fanno degna
corona. Non stona in questo ritorno di primavera un po’ triste che accompagna
il primo cader delle foglie, il bianco e nero dei domenicani, la mantellina
degli agostiniani, come un’ala.
—
Lo senti questo profumo di rose? — mi dice l’amico mentre un respiro d’organo
s’alza tra convento e campanile.
È
il profumo che avverte chiunque reciti con devozione mariana nella cappella
dedicata alla Vergine in Santa Sabina. «Rosa Mistica» pronunciano i fedeli: e
in qualsivoglia stagione il profumo sale dall’altare e s’espande.
In
nessun’altra chiesa l’ho sentito così fresco e soave. È l’alito della Madonna.
BENIGNO
17
ottobre 1948
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