Per il caso del rag. GIUSEPPE ROMANO (Via Baglivo Uries, 42 - Napoli) ho raccolto un intero epistolario di anime buone, che va dal primo segnalatore Pietro Imperio (Napoli) al prof. Giovanni Blunda (Paceco, Trapani), a Demetrio Micozzi (Narni Scalo), a Luciano Barantini (Sanatorio Umberto I - Livorno), a Teresa Martinelli (Parma).
Merita di essere riportata, almeno in parte, la lettera del prof. Blunda, non perché sia più amara delle altre, ma perché l’egregio docente mette il dito sulla piaga:
«Per la S. Pasqua mi sono ricordato anche del rag. Giuseppe Romano. Ho ricevuto una lettera così accorata da farmi decidere a scriverLe la presente.
Quando ho letto il Suo “appuntamento” che segnalava il caso Romano, non mi è piaciuto l’accenno al suo passato di... epurato».
(Scusi: «epurato» è forse sinonimo di malfattore? — nota di Benigno).
«I fatti mi hanno dato ragione. Siamo stati solamente nove (ripeto: 9) a soccorrere quel povero disgraziato!
Come sono stato lieto dell’episodio gentile delle operaie di Lessona a favore del fratello D’Addario, così sono rimasto male nel constatare che coloro che possono hanno fatto distinzione di tessera.
La vera carità, la bontà e la fratellanza cristiana non fanno distinzioni, non usano i “distinguo” filosofici. L’esempio di chi sta in alto è veramente luminoso.
Vorrei scrivere ancora, ma temo di seccarLa. Scusi lo sfogo.
Mi creda l’aff.mo fratello in Cristo
GIOVANNI BLUNDA»
Cari amici lettori, la ramanzina del prof. Blunda (che, peraltro, dovrebbe dirmi a qual titolo, se non a quello di «perseguitato», avrei dovuto fare appello, fra tante atroci miserie, per segnalare il rag. Romano), la ramanzina — dicevo — calza proprio a pennello.
Dovrei, anzi, aggiungere una tiratina di quelle che lasciano il segno.
Non vi ho detto e ripetuto che la carità dei «distinguo», la generosità che indaga sulla tessera o la razza, si chiama, in parole non ermetiche, «carità pelosa»?
Dunque, vi sta bene il richiamo; e non cito Sant’Agostino, se no la sferzata sarebbe troppo dura.
Il «caso Romano» fa vergogna a noi tutti e il parroco Don Antonio Stella di Napoli avrà pensato male davvero degli «osservatoristi della domenica».
Dal povero «perseguitato» ho ricevuto una lettera che mi ha lasciato perplesso:
«Purtroppo, mio buon Benigno, penso che non farà a tempo a salvarmi. Mi perdoni Iddio e anche Lei; ma ormai sono stanco di questa lotta impari. Sono al bivio, ad un bivio mostruoso, ma esso salverà in un modo o nell’altro questi disgraziati che mi circondano.
Non mi si darà del vile. Una madre tubercolotica e i suoi quattro figliuoli non debbono morire per denutrizione. No, non sarà mai.
Le autorità sono restate mute al mio grido di dolore. Che Iddio perdoni come perdono io».
Bisogna dunque far presto, rimediare con un plebiscito, amici miei!
E voi di Napoli, possibile che non ci sia il modo di far lavorare un galantuomo?
Io lo affido anche al grande cuore di Mons. Baldelli della P.C.A. Il rag. Romano abbisogna di tutto.
Interveniamo prima che sia troppo tardi.
BENIGNO
26 giugno 1949
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