domenica, luglio 12, 2009

Newman, classico e inattuale 5

La cultura della mente ha quindi un’utilità non immediatamente spendibile ma che si mostrerà nel corso della vita, in ogni possibile attività o professione. La polemica di Newman contro la conoscenza professionale non intende disprezzare particolari studi o vocazioni e quanti sono impegnati in essi ma piuttosto mira a proporre una formazione che sappia inserire ogni forma di sapere all’interno di un quadro più ampio.
Dicendo che la Legge o la Medicina non è il fine di un corso universitario, io non intendo dire che l’università non insegni Legge o Medicina. Cosa infatti può insegnare, se non qualche scienza particolare? Insegna tutta la conoscenza insegnando tutti i settori della conoscenza e in nessun altro modo. Io dico solo che vi sarà questa distinzione per quanto riguarda un professore di Legge, o di Medicina, o di Geologia, o di Economia politica, in un’università e fuori di essa; dico che fuori di un’università egli è in pericolo di essere assorbito e circoscritto dalla sua specializzazione e di fare lezioni che sono niente più che lezioni di un avvocato, fisico, geologo o economista politico mentre in un’università egli sa dove collocare se stesso e la sua scienza a cui arriva, per così dire, da una sommità, dopo aver avuto una panoramica di tutta la conoscenza; la rivalità con altri studi lo trattengono dalla stravaganza, egli ha guadagnato da essi una speciale illuminazione, larghezza di mente, libertà e possesso di sé e tratta di conseguenza la sua disciplina con una filosofia e una ricchezza che non appartengono allo studio in se stesso ma alla sua educazione liberale. (VII, 6)

L’educazione liberale quindi raggiunge ugualmente, anche se non in modo diretto, tanto l’utilità personale, consigliata da Locke, che quella sociale, perseguita dai redattori della Edinburgh Review, nella misura in cui insegna a ricercare e produrre il bene in sé. Ricercando il buono si avrà anche l’utile ma non viceversa, questa è la geniale risposta del Cardinale inglese ad una questione che aveva acceso aspri dibattiti.
E’ l’educazione a dare ad un uomo una chiara e consapevole visione delle sue opinioni e giudizi, un’autenticità nello svilupparli, un’eloquenza nell’esprimerli e un vigore nello stimolarli. Gli insegna a guardare le cose come sono, ad andare diritto al nocciolo, a sbrogliare pensieri confusi, a discernere ciò che è sofistico e a scartare ciò che è irrilevante. Lo prepara a ricoprire qualsiasi posto con onore e a dominare qualsiasi argomento con facilità. Gli mostra come adattarsi agli altri, come mettersi nella loro condizione mentale e come presentare la propria ad essi, come influenzarli, come intendersi con loro, come sopportarli. Egli si trova a suo agio in qualsiasi compagnia, ha un terreno comune con ogni classe, sa quando parlare e quando tacere; egli è capace di conversare e di ascoltare, sa porre una domanda pertinente e far tesoro opportunamente di una lezione quando egli stesso non ha nulla da insegnare… L’arte che tende a fare di un uomo tutto questo è nel suo fine tanto utile quanto l’arte della ricchezza e l’arte della salute, per quanto sia meno riconducibile ad un metodo e meno tangibile, meno certa, meno completa nei suoi risultati. (VII, 10)

Di fronte alle sollecitazioni provenienti dalla situazione sociale e alla domanda di adeguamento dell’università al nuovo spirito del tempo, Newman propone quindi una concezione classica dell’educazione, che più che alla tecnicità delle discipline miri alla formazione della personalità. Si noti che paradossalmente dell’Università fondata da Newman sopravvivrà solo la facoltà di Medicina, quella nella quale l’impostazione professionalizzante era prevalente.

(continua)

sabato, luglio 11, 2009

Chesterton su La Civiltà Cattolica

Il numero del 4 luglio de La Civiltà Cattolica contiene una recensione del San Tommaso d'Aquino di Chesterton. Ne riportiamo alcuni stralci.


Gilbert K. Chesterton, San Tommaso d’Aquino, Torino, Lindau, 2008, 200 pagine, 16,50 euro.


Non si può che salutare con favore la decisione dell’editrice Lindau di ripubblicare questo libro, uno dei più belli usciti dalla penna geniale e prolifica di Chesterton. Pubblicato per la prima volta nel 1933, intende presentare in forma agile ma accurata la figura del grande domenicano. L’autore evita volutamente un’esposizione accademica della filosofia e teologia tommasiane, e tuttavia sa mostrare con freschezza il messaggio di fondo, tratteggiando la personalità di Tommaso con poesia e arguzia, le caratteristiche dello stile che lo hanno reso celebre. Tra i molti esempi possibili si può riprendere il capitolo dedicato al confronto fra Tommaso e Francesco, due santi estremamente diversi tra loro, rilevando in entrambi la capacità, propria dell’uomo di Dio, di testimoniare il Vangelo a partire dai propri gusti e interessi, mettendo in evidenza il marchio di originalità del cristianesimo, l’incarnazione “San Francesco usava la natura come san Tommaso usava Aristotele (…). Forse dire che questi due santi ci hanno salvati dalla spiritualità, che è una sorta di maledizione, può sembrare paradossale. Forse verrò frainteso se dico che con il suo amore per gli animali san Francesco ci ha salvati dal buddhismo, e che con la sua passione per la filosofia greca san Tommaso ci ha salvati dal platonismo. Ma è meglio dire la verità nuda e cruda: sono entrambi la riconferma dell’incarnazione, perché hanno riportato Dio in terra” (p. 27)

….

Chesterton confessa in chiusura che “questo piccolo libro sarà dimenticato e sommerso da una valanga di testi migliori su san Tommaso” (p. 200). Sono invece trascorsi più di sessant’anni ed esso continua a mantenere intatta tutta la sua freschezza e incisività. Il celebre studioso di filosofia medievale, E. Gilson, definì questo libro un capolavoro di letteratura storiografica, aggiungendo che, in tutta la sua vita di ricerca, non sarebbe stato capace di realizzare una simile sintesi di spiritualità, erudizione e qualità letteraria.

G. Cucci

venerdì, luglio 10, 2009

Newman, classico e inattuale 4

Newman intende contrastare quella concezione, espressa da John Locke prima e dalla Edinburgh Review successivamente, per cui l’educazione dovrebbe limitarsi a qualche fine particolare e tradursi in opere che possono essere pesate e misurate. Secondo questa visione utilitaristica ogni cosa ha il suo prezzo e se per l’educazione vi è una spesa, intesa sia dal punto di vista sociale che come lavoro del singolo studioso, dovremmo aspettarci un corrispettivo proporzionato che la giustifichi.
L’attività universitaria acquista così un valore di mercato, il suo prodotto è appunto l’educazione e i suoi frutti attesi saranno il miglioramento dell’economia civile, le scoperte scientifiche oppure, ad esempio, nuovi metodi di coltivazione, nuovi brevetti.
Ciò che legittimerebbe l’esistenza delle istituzioni di istruzione superiore sarebbe quindi la loro utilità ma l’adozione dell’utilità a valore guida comporta naturalmente delle sensibili conseguenze nell’ordinamento degli studi.
Newman riprende la polemica che alcuni decenni prima aveva opposto l’Università di Oxford alla Edinburgh Review, la quale sosteneva, sulla linea di Locke, che nessun bene poteva venire da un sistema che non fosse basato sul principio di utilità. La Edinburgh Review, nota rivista di critica sociale e letteraria, nel 1808 aveva criticato il curriculum di Oxford nelle materie classiche, appena ristrutturato, accusandolo di non preparare gli studenti alla futura vita professionale. Se Locke insisteva sull’utilità individuale come fine dell’educazione, i redattori della Edinburgh Review guardano alla comunità in generale considerando il progresso della scienza come il sommo e autentico fine di un università.
Newman ribatte:
se un corpo sano è un bene in sé perché non dovrebbe esserlo un intelletto sano? E se un Collegio di medici è un’istituzione utile, perché si occupa della la salute corporea, perché non lo è un corpo accademico, per quanto esso fosse semplicemente ed esclusivamente impegnato nel conferire vigore e bellezza e capacità di comprensione alla parte intellettuale della nostra natura? (VII, 4)

Newman presenta un parallelo con la salute corporea la quale è un bene in sé, non produce nulla di particolare ma permette una vita buona e ha quindi in ciò la sua utilità. Analogamente la cultura intellettuale non è legata ad un uso particolare, anzi, il fatto di non poterne mostrare le possibili applicazioni immediate non diminuisce la sua necessità.
Inoltre,
come la salute dovrebbe precedere la fatica del corpo e come un uomo in salute riesce a fare ciò che un uomo malato non può e come le proprietà di questa salute sono forza, energia, agilità, portamento e azione armoniosi, destrezza manuale e tolleranza della fatica, similmente la generale cultura della mente è il migliore aiuto allo studio professionale e scientifico e uomini colti riescono a fare ciò che non possono gli illetterati e l’uomo che ha imparato a pensare, a ragionare, a confrontare e a discriminare ed analizzare, che ha raffinato il suo gusto e formato il suo giudizio, e acuito la sua visione mentale non sarà certo subito un avvocato, o un penalista, o un oratore, o un uomo di stato, o un fisico … ma egli sarà posto in quello stato intellettuale nel quale può intraprendere qualsiasi scienza o vocazione di cui ho parlato e qualsiasi altra per cui egli abbia un gusto o talento specifico, con una facilità, una grazia, una versatilità e un successo che ad altri sono sconosciuti. In questo senso dunque…la cultura della mente è decisamente utile. (VII, 6)

(continua)

mercoledì, luglio 08, 2009

Newman, classico e inattuale 3

Inattualità di Newman

Newman è sempre un po’ attuale proprio perché non lo è e non lo è stato mai definitivamente. Cosa può suggerirci oggi, dopo esattamente 150 anni? L’università italiana si trova da oltre decennio coinvolta un processo di riforma, iniziato tra la fine degli anni '80 e i primissimi anni '90, con il riconoscimento agli atenei dell'autonomia statutaria e regolamentare (legge 9 maggio 1989, n. 168) e dell'autonomia finanziaria o budgetaria (legge 24 dicembre 1993, n. 537).
Passando agli interventi legislativi più recenti, (con il Decreto 509, del 3 novembre 1999), si sono introdotte rilevanti novità:
1. i nuovi titoli: laurea, dopo tre anni; laurea specialistica, dopo altri due anni, la specializzazione, il master ed il dottorato;
2. il titoli vengono acquisiti attraverso l’accumulazione di crediti, (che corrispondo alla quantità di lavoro di cui è capace in media uno studente).

Anche le riflessioni di Newman nascono in un contesto di riforma. Nel Regno Unito per tutta la prima metà del diciannovesimo secolo erano sorte critiche, sia in Parlamento che sulla stampa popolare, nei confronti delle due università tradizionali: Oxford e Cambridge. Due erano i rilievi sostanziali che venivano generalmente avanzati: l’astrattezza dei curricula rispetto alla vita professionale ed il loro esclusivismo religioso, legato all’anglicanesimo, specialmente a Oxford. Queste sono in fondo le stesse grandi tematiche che Newman pone al centro delle riflessioni: il rapporto tra formazione e bisogni sociali, il ruolo della religione nel curriculum ed il suo rapporto con lo Stato. Non bisogna dimenticare i grandi cambiamenti che stavano avvenendo a livello sociale: il processo di industrializzazione che aveva il suo centro in Inghilterra, la conseguente nascita del movimento operaio, dei sindacati, la riforma della legge elettorale. Aumentavano le richieste delle nuove classi di entrare pienamente nel mercato e nei processi decisionali e l’ammissione al sistema educativo veniva ad assumere una importanza crescente per l’inserimento sociale. Malgrado le professioni venissero ancora apprese non nelle vecchie università ma attraverso sistemi di praticantato, acquistavano sempre più importanza nel curriculum le discipline utili, in particolare l’economia politica; di qui la crescente richiesta di inserirle nel percorso accademico.

Newman si esprime largamente a favore di un’educazione che privilegi le arti cosiddette liberali rispetto alle nuove materie. Egli propone un’educazione di gentiluomini, non di professionisti. Non disprezza la ricerca dell’utile ma ritiene che non debba essere il fine ultimo dello studio.
E se proprio bisogna assegnare un fine pratico alle istituzioni accademiche, che esso sia l’educare buoni membri della società. La sua arte è l’arte della vita sociale e il suo fine l’essere adatti al mondo. Da un lato esso non limita le sue prospettive a professioni particolari, dall’altro non crea eroi o inspira geni. … Un’università non è una culla per poeti o autori immortali, per fondatori di scuole, capi di colonie o conquistatori di nazioni. Non promette una generazione di uomini come Aristotele o Newton, Napoleone o Washington, Raffaello o Shakespeare, per quanto in passato ha ospitato tra le sue mura questi miracoli di natura. Né si accontenta d’altra parte di formare il critico o lo sperimentatore, l’economista o l’ingegnere, per quanto anche questi rientrano nel suo campo d’azione. Ma l’educazione universitaria è il grande mezzo ordinario per un fine grande ma ordinario: mira ad elevare il tono intellettuale della società, a coltivare lo spirito pubblico, a purificare il gusto nazionale, a fornire principi veri all’entusiasmo popolare e scopi definiti alle aspirazioni popolari, a dare ampiezza e sobrietà alle idee dell’epoca, a facilitare l’esercizio del potere politico e a raffinare i rapporti della vita privata. (VII, 10)
(continua)

lunedì, luglio 06, 2009

Newman, classico e inattuale 2

Classico

Classico è ciò che supera la contingenza del tempo e dell’occasione che l’ha fatto nascere e ancora oggi non possiamo discutere di università senza confrontarci con questo classico dell’educazione.
Per quanto il fine dei discorsi fosse molto chiaro, fondare un’università cattolica, Newman dichiara spesso che i principi che andava enucleando potevano essere accettati anche da non cattolici:
Si osservi che i princìpi sui quali vorrei condurre l’indagine sono stati ottenuti, come ho già detto implicitamente, dalla semplice esperienza della vita. … sorgono quasi dalla natura del caso, sono dettati anche dalla prudenza e dalla saggezza umana, anche se mancasse una illuminazione divina, sono riconosciuti dal senso comune, anche quando l’interesse personale non sia pronto a stimolarlo e quindi, in quanto veri, giusti e buoni in se stessi, non implicano niente riguardo la professione religiosa di quanti li sostengono. (I, 2)

Credo che proprio il carattere “universale” delle riflessioni e il tentativo di evitare argomenti che facessero direttamente appello a questioni di fede o dottrinali siano stati la fortuna di quest’opera. Verrebbe da dire che, se ancora oggi l’Idea viene considerata un classico dell’educazione è a motivo dell’impostazione che Newman ha voluto darle, intesa a superare l’angusto limite della confessionalità e delle situazioni contingenti.

(continua)

sabato, luglio 04, 2009

Newman, classico e inattuale 1

Vi ripropongo, a puntate, un intervento su Newman che ho presentato presso l'Università di Salerno il 28 marzo 2003 e che è stato pubblicato sulla rivista Sintesi, n.3 (2003).
Nel mio intervento evidenzierò tre concetti fondamentali nel pensiero di Newman: il sapere è un bene in sé da non sacrificare a nessun utile, il sapere va ricondotto ad unità e l’università è un luogo di relazioni umane. Tenterò di mostrare come queste tre idee possano arricchire la discussione riguardante la riforma universitaria, presentando anche i limiti e l’inattualità di Newman.


Un fallimento

Le riflessioni di Newman sull’università hanno un che di paradossale perché nonostante il consenso di cui ancora godono sono legate ad un’impresa che è stata in gran parte fallimentare.
La vicenda è nota: fino al 1794 la stragrande maggioranza della popolazione irlandese, di confessione cattolica, non poteva accedere all’unica istituzione universitaria, il Trinity College di Dublino, riservata agli anglicani. Quando alla fine degli anni Quaranta dell’Ottocento il governo inglese propose l’istituzione di nuovi college, aperti a cattolici e protestanti, i vescovi cattolici ne vietarono la frequenza ai fedeli, promovendo una nuova università cattolica e chiamarono John Henry Newman a fondarla e a dirigerla. Prima dalla conversione al cattolicesimo avvenuta pochi anni prima, nel 1845, Newman aveva passato metà della sua vita ad Oxford, prima come studente e poi come membro dell’Oriel College e come cappellano della parrocchia universitaria di Saint Mary, era quindi un uomo profondamente addentro al mondo universitario e sicuramente l’intellettuale più brillante di lingua inglese del suo tempo.
Nel 1852, in vista della fondazione della nuova università cattolica, Newman pronunciò una serie di discorsi, poi raccolti insieme ad altri pronunciati in qualità di rettore nella celebre opera l’Idea di Università. A questi famosi discorsi andrebbero aggiunti gli articoli che scrisse sulle due riviste della sua università, ancora poco conosciuti e mai tradotti in italiano.
Le riflessioni di Newman riguardanti l’università nascono pertanto con un fine ben preciso e in una situazione storica molto particolare. Nell’opera si intrecciano quindi tre ordini di problemi: cos’è un’università, cos’è un’università cattolica e cosa significava un’università cattolica in Irlanda in quel preciso momento.
L’Università Cattolica d’Irlanda fu aperta il 4 giugno e cominciò le sue lezioni il 3 novembre 1854 ma ebbe una vita travagliata. Sopravvisse autonomamente fino al 1879; successivamente fu inglobata nella Royal University che poi prese il nome di University College Dublin.
I motivi del fallimento sono molteplici: la classe media irlandese era piuttosto povera, siamo infatti negli anni che seguirono la Grande Carestia; diversi vescovi erano scettici riguardo l’impresa; un’istituzione confessionale non era gradita a molti che la vedevano semplicemente come una reazione ecclesiastica ai Queen’s College e i nazionalisti non vedevano di buon occhio il coinvolgimento di insegnanti inglesi e dello stesso Newman. Fu quindi un’impresa fallimentare perché dopo pochi anni venne trasformata da università cattolica a un’università non confessionale, anche se di fatto frequentata principalmente da cattolici. Inoltre, doveva essere destinata a tutti i cattolici di lingua inglese, non solo irlandesi, eppure dei 1196 studenti che ebbe nei 25 anni delle sua esistenza, 7 provenivano dall’Inghilterra, uno solo dagli Stati Uniti e uno dall’Australia ma proprio qui risiede il paradosso di Newman; infatti nonostante l’apparente fallimento del progetto iniziale, le riflessioni nate intorno a quel progetto mantengono un vigore immutato, un interesse ed un valore costante.

(continua)

venerdì, luglio 03, 2009

Beato Giovanni Enrico Newman

A centodiciotto anni dalla morte la Chiesa, la Chiesa proclamerà beato il cardinale John Henry Newman. La notizia non ha sorpreso chi ha seguito, anche su questo blog, le tappe del processo di canonizzazione. Negli ultimi mesi il miracolo atteso da anni era stato riconosciuto prima a livello diocesano, a Boston, e poi a Roma, dalla commissione medica e da quella teologica. Si aspettava solo il parere del Papa. Papa Ratzinger è un grande estimatore del cardinal Newman e ci sono speranze che possa proclamarlo 'dottore della Chiesa'. Il mio più vecchio ricordo di Newman è proprio un'intervista al Sabato, credo nel 1990, del cardinale Ratzinger nella quale si parlava di Newman e la coscienza. Da allora Newman ha accompagnato la mia vita. La mia tesi di laurea è dedicata all'influenza di Newman su Wittgenstein. Qualche anno più tardi mi sono spostato a Dublino proprio per studiare Newman e la mia tesi di dottorato riguarda gli scritti dublinesi di Newman. Si tratta di un'analisi filosofica di quanto Newman ha prodotto in qualità di fondatore e rettore dell'Università Cattolica d'Irlanda.
Per me, così come per tanti studiosi e ammiratori di Newman, oggi è una giornata storica, per la quale generazioni di fedeli hanno pregato.
Il miracolo più grande di Newman è forse il numero immenso di persone, particolarmente di lingua inglese, che egli ha condotto alla fede cattolica, sia durante la sua vita che dopo la morte con i suoi scritti. Scritti dallo stile elegante, guidati da una grande desiderio di verità che gli è costato spesso incomprensioni e ostracismi. Newman è stato definito il padre del Concilio Vaticano II, per i suoi insegnamenti sul ruolo dei laici e sull'importanza della teologia patristica. Possa egli esserci di esempio con la sua santità, ora riconosciuta universalmente dalla Chiesa.
E chi non lo conoscesse abbastanza, nelle prossime settimane troverà su questo blog ogni giorno qualcosa dedicata a lui, il beato Newman.

Il Sussidiario.net :: MIRACOLO/ Riconosciuto il miracolo compiuto dal Card. Newman: sarà  beato

Il Sussidiario.net :: MIRACOLO/ Riconosciuto il miracolo compiuto dal Card. Newman: sarà  beato



Il cardinale britannico Henry Newman, convertitosi al cattolicesimo dalla chiesa anglicana e vissuto nel XIX secolo, diventerà beato. Benedetto XVI ha infatti autorizzato oggi la promulgazione del decreto di riconosciuto miracolo attribuito al presule da parte della Congregazione delle cause dei Santi.

Ricevendo questa mattina in udienza il prefetto della Congregazione che si occupa dei processi di canonizzazione, mons. Angelo Amato, il papa, ha riconosciuto il miracolo al cardinale fondatore degli Oratori di San Filippo Neri in Inghilterra e vissuto tra il 21 aprile 1801 e l'11 agosto 1890.

Resta da definire la data di beatificazione del card. Newman, un evento importante per la chiesa cattolica del Regno Unito, dato lo spessore del personaggio e la sua storia religiosa individuale.

Il portavoce dei vescovi inglesi aveva prospettato, nei mesi scorsi, l'eventualità che lo stesso Benedetto XVI potesse partecipare alla cerimonia, cogliendo l'occasione anche per una visita in Gran Bretagna, un incontro con la regina e un discorso a Westminster.

Ratzinger è stato invitato ufficialmente dal primo ministro Gordon Brown nel Regno Unito. Sarebbe la seconda visita di un papa dopo quella di Giovanni Paolo II nel 1982: Wojtyla fu il primo pontefice romano ad andare in Inghilterra dopo lo scisma Enrico VIII nel 1534.

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NEWMAN BEATO!

Pope Benedict XVI today recognised the healing of Deacon Jack Sullivan in 2001 as a miracle resulting from the intercession of the Venerable Servant of God John Henry Newman.

The miraculous healing from serious debility of the spine occurred in Boston in the United States of America following prayers for Cardinal Newman’s intercession.

Newman, a major theologian and convert to Catholicism, died in 1890. The Pope’s decision means that his Beatification is now certain.

“The prayers of Christ’s faithful all over the world have now been answered” said Father Paul Chavasse, the Provost of Newman’s community at the Oratory in Birmingham (UK).

“The Holy Father’s decision is one of great significance for the whole Church. I pray that Newman, by the example of his life and the depth of his teaching, will be received as an authentic guide for Catholics everywhere.

It is surely providential that the Beatification of this great English theologian will occur in the pontificate of Benedict XVI, a major theologian in his own right whom Cardinal Newman has influenced profoundly.”

In 1991 Pope John Paul II recognized the heroically virtuous life of Cardinal Newman and granted him the title ‘Venerable’. He will continue to be called ‘the Venerable Servant of God’ until the solemn ceremony at which he is beatified or declared ‘Blessed’.

The Catholic Church believes that God works miracles through the prayers of people in heaven. For someone to be proclaimed ‘Blessed’, his or her heavenly intercession must be judged responsible for a miracle on earth, which must always be a physical healing. In the case of martyrs, their deaths for the Faith alone suffice for Beatification. A panel of doctors has to rule that the healing is scientifically inexplicable, while theologians examine whether it occurred as the result of the intercession of the person whose Beatification is being considered.

If the doctors and theologians judge the case positively, it is then examined by the Cardinals and Bishops of the Congregation for the Causes of Saints. The results of these discussions are communicated to the Pope who alone can declare a healing to be a true miracle. Only when all these stages have been successfully completed does the Pope authenticate the miracle.

A second miracle has to be recognised for a person to be canonised, that is declared to be a Saint.

Jack Sullivan, the permanent deacon who was healed through Newman’s intercession, said: “Upon hearing of the recent developments in Rome regarding Cardinal Newman’s Cause for Beatification, I was left with an intense sense of gratitude and thanksgiving to Almighty God and my intercessor Cardinal John Henry Newman. I have dedicated my vocation in praise of Cardinal Newman, who even now directs all my efforts.”

In the Archdiocese of Birmingham, the Diocesan Administrator Bishop William Kenney said: “I am delighted to hear that the Beatification of Cardinal Newman will take place. This is an opportunity for a real renewal of spirit among Catholics and many others, not least here in the city of Birmingham.”

The Archbishop of Westminster, His Grace Vincent Nichols, said: “I am delighted to learn this news, which will be warmly welcomed by Catholics around the world. To have Cardinal Newman among the Blessed is an occasion of great thankfulness to the Lord and of great pride to those associated with him in Birmingham and in Oxford. I am sure he will help us greatly in the task of protecting the Faith amidst the difficulties he foresaw so clearly.”

In Rome, the Procurator General of the Oratory, Father Edoardo Cerrato, said: “On behalf of the eighty-two houses of the Oratory of St Philip Neri, Newman’s own Congregation, I welcome this decision with joy and look forward to the ceremony of Beatification with great anticipation.”

Where and when the Beatification will take place have yet to be decided. Father Chavasse explained that the cost of the ceremony is to be covered by the free-will offerings of the faithful. He added, “I appeal to everyone who has desired and prayed for Newman’s Beatification to make a donation to help.”

giovedì, luglio 02, 2009

Foto del Chesterton Day 2009



Sul blog della Società Chestertoniana Italiana trovate un po' di foto dell'incontro di domenica.
E' stata una serata indimenticabile. Marco Sermarini, il presidente della Società e presentatore dell'evento, è un trascinatore, i musicisti simpaticissimi ed i relatori unici, così diversi da quello che si legge o si vede ogni giorno in tv, così veri. Ma la cosa più bella era il pubblico, i bambini, le mamme e i nonni, i volontari, i tipi loschi. Un'atmosfera serena, semplice, di cultura vera perchè popolare, senza pretese, scanzonata, oltre le mode.

Io ho parlato di Stanley L. Jaki, grande storico della scienza scomparso recentemente, e del suo libro su Chesterton.
Se qualcuno è interessato a Jaki, io ho oltre venti suoi articoli in formato elettronico che posso spedire facilmente. Purtroppo solo due sono in italiano, gli altri tutti in inglese. La maggior parte tratta di argomenti di storia della scienza ma ce ne sono un paio teologici.
Oltre agli articoli ho anche una trentina di recensioni di sue opere comparse su riviste accademiche. Jaki merita di essere conosciuto, ha scritto oltre cinquanta libri ma meno di una diecina sono stati tradotti in italiano.