Domani, venerdì 11, il senatore Claudio Micheloni, eletto nelle liste del Partito Democratico nella circoscrizione Europa, sarà a Dublino per parlare della riforma del voto degli italiani all'estero, dei Comites e del Consiglio Generale degli Italiani all'Estero.
L'incontro è stato organizzato da Irlandiani.com.
Presenterà il sottoscritto.
giovedì, giugno 10, 2010
mercoledì, giugno 09, 2010
Vite da preti
Scritto da Carlo Melina, un giornalista trentenne che, ospite di uno zio monsignore, si è ritrovato a trascorrere alcuni mesi in Vaticano, mette in luce gli aspetti meno noti della vita dei sacerdoti: i loro guadagni, il rapporto con l'autorità, con le tentazioni e con il mondo che li circonda, fuori e dentro la sacrestia. Attraverso le storie di esponenti del basso e dell'alto clero (quali, fra gli altri, un monaco camaldolese, un esorcista, un tradizionalista brasiliano, il cappellano di un ospedale pediatrico, il sottosegretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, un amico di Oriana Fallaci, l'Arcivescovo di Cosenza e un Innominato - l'unico - porporato), “Vita da preti” restituisce, con punte di ironia e sarcasmo, il profilo di uomini più o meno santi, più o meno devoti, comunque costretti a confrontarsi, almeno per ora, con una dimensione tremendamente terrena.
Indice:
Luis Granados, studente di teologia, spagnolo
Don Nicola Munari, salesiano, animatore del centro San Giusto di PortoViro
Don Filippo Cicchi, monaco camaldolese
Mons. Giovanni Battista Proja, esorcista e canonico a San Giovanni in Laterano
Don Franco Berti, ciellino, insegnante, parroco a Milano
Mons. Damiano Marzotto Caotorta, ufficiale della Congregazione per la Dottrina della Fede
Don Luigi Zucaro, neocatecumenale, cappellano dell'Ospedale Bambin Gesù
Don Vilmar Pavesi, brasiliano e latinista, dice messa in rito antico a Santa Toscana, Verona
Padre Roberto Tassi, fallaciano, parroco della “Chiesa di Dante” a Firenze
Fratel Giuseppe Rosati, francescano, cappellano dei circhi,
S.E. Mons. Salvatore Nunnari, Arcivescovo Metropolita della diocesi di Cosenza
L’Innominato
Luis Granados, studente di teologia, spagnolo
Don Nicola Munari, salesiano, animatore del centro San Giusto di PortoViro
Don Filippo Cicchi, monaco camaldolese
Mons. Giovanni Battista Proja, esorcista e canonico a San Giovanni in Laterano
Don Franco Berti, ciellino, insegnante, parroco a Milano
Mons. Damiano Marzotto Caotorta, ufficiale della Congregazione per la Dottrina della Fede
Don Luigi Zucaro, neocatecumenale, cappellano dell'Ospedale Bambin Gesù
Don Vilmar Pavesi, brasiliano e latinista, dice messa in rito antico a Santa Toscana, Verona
Padre Roberto Tassi, fallaciano, parroco della “Chiesa di Dante” a Firenze
Fratel Giuseppe Rosati, francescano, cappellano dei circhi,
S.E. Mons. Salvatore Nunnari, Arcivescovo Metropolita della diocesi di Cosenza
L’Innominato
martedì, giugno 08, 2010
John Henry Newman e il sorriso buono di san Filippo
John Henry Newman e il sorriso buono di san Filippo
Nel pomeriggio di martedì 8 giugno viene presentato a Genova, nell'Oratorio di San Filippo, il libro che raccoglie gli Scritti oratoriani di John Henry Newman in un'edizione curata da Placid Murray (Siena, Cantagalli, 2010, pagine 504, euro 17). All'incontro parteciperà anche il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana. Anticipiamo stralci della relazione del procuratore generale della Confederazione dell'Oratorio e, in basso, dell'intervento del direttore dell'Ufficio per la cultura dell'arcidiocesi di Genova.
di Edoardo Aldo Cerrato
I testi di Newman sull'Oratorio, che l'edizione presenta, mostrano chiaramente quanto la vocazione oratoriana abbia segnato la vita e l'opera del nuovo Beato e quanto profonda sia stata l'appartenenza all'Oratorio di Padre Filippo di colui che pure 'appartiene - affermava Paolo vi - a tutti coloro che sono alla ricerca di un preciso orientamento e di una direzione attraverso le incertezze del mondo moderno'; che 'appartiene a ogni epoca, luogo e persona', per dirlo con Giovanni Paolo ii; che è il teologo e uomo di Chiesa di cui oggi la Chiesa ha particolarmente bisogno, come ancor recentemente ricordava il Santo Padre Benedetto XVI parlando ai vescovi dell'Inghilterra e del Galles: 'Grandi scrittori e comunicatori della sua statura e della sua integrità sono necessari nella Chiesa oggi'.
'Amo un vecchio dal dolce aspetto, - scrisse Newman in riferimento a san Filippo - lo ravviso nel suo pronto sorriso, nell'occhio acuto e profondo, nella parola che infiamma uscendo dal suo labbro quando non è rapito in estasi...'.
Newman fu oratoriano con la profondità che caratterizzò ogni scelta della sua vita e ogni opera intrapresa. E lo fu fino alla fine dei suoi giorni, anche rivestito della porpora romana di cui Leone xiii, sfidando il giudizio di altri, lo volle onorare. Giunto a Roma per il Concistoro del 1879, in cui sarebbe stato creato cardinale, Newman scriveva al suo vescovo: 'Il Santo Padre mi ha accolto molto affettuosamente (...). Mi ha chiesto: 'Intende continuare a guidare la Casa di Birmingham?'. Risposi: 'Dipende dal Santo Padre'. Egli riprese: 'Bene. Desidero che continuiate a dirigerla', e parlò a lungo di questo'.
Non sfuggiva a Leone xiii l'importanza della presenza oratoriana iniziata da Newman in Inghilterra, quando vi fece ritorno, dopo l'ordinazione sacerdotale, portando con sé il Breve Magna nobis semper del 1847, con cui il beato Pio ix istituiva l'Oratorio nel Regno Unito e dava a Newman facoltà di propagarlo in quella Nazione; come non gli sfuggiva la triste situazione dell'Oratorio filippino, falcidiato in Italia dalle vicende storiche e politiche del xix secolo.
'Desidero che continuiate a dirigere (la Casa di Birmingham), e parlò a lungo di questo': quella di Papa Leone non è solo benevola concessione per evitare a un uomo di veneranda età le comprensibili difficoltà di un trasferimento a Roma e i possibili inconvenienti derivanti dal lasciare la congregazione da lui fondata; è la testimonianza che il Papa aveva perfettamente colto ciò che l'Oratorio significava per Newman, il quale gli aveva detto: 'Da trent'anni sono vissuto nell'Oratorio, nella pace e nella felicità. Vorrei pregare Vostra Santità di non togliermi a san Filippo, mio padre e patrono, e di lasciarmi morire là dove sono vissuto così a lungo': fervida espressione di amore per la propria vocazione.
L'Oratorio si affacciò sull'orizzonte di John Henry Newman fin dal momento del suo ingresso nella Chiesa cattolica, quando Nicholas Wiseman, vescovo coadiutore del Distretto centrale dell'Inghilterra, lo persuase a ricevere l'ordinazione sacerdotale, suggerendogli pure l'Oratorio di San Filippo Neri come la forma di vita più idonea a lui e ai suoi compagni che lo avevano seguito nel ritiro di Littlemore, mentre Newman, pur esaminando la possibilità di aderire a qualcuno dei grandi ordini religiosi esistenti, abbozzava il progetto di una realtà nuova che tanti elementi possedeva in comune con l'Oratorio filippino.
Sostenuto dalla convinzione che la sua vita doveva svolgersi in una comunità caratterizzata 'da un acuto senso della cultura e dal gusto innato per l'umanesimo', accompagnati 'dal rispetto verso le persone e dal rifiuto di ogni coazione' - scrive il cardinale Jean Honoré - Newman dedicò un anno abbondante al discernimento sulla propria vocazione.
Giunto a Roma nell'ottobre 1846 con alcuni compagni per frequentare i corsi ecclesiastici in vista dell'ordinazione, questo intenso cammino di ricerca e di riflessione conobbe una illuminazione particolare: Newman comprese chiaramente che l'esperimento di vita comunitaria già intrapreso e l'esperienza della sua vita passata 'potevano offrire un punto di partenza per il futuro', mentre la scelta di uno dei grandi ordini religiosi avrebbe comportato la dispersione del gruppo, oltre a non rispondere pienamente a ciò che si andava cercando.
La visita del gennaio 1847 all'Oratorio Romano in Santa Maria in Vallicella suscitò in Newman un profondo interesse, anche perché gli richiamò l'esperienza dei college universitari inglesi: 'i membri - scrisse - conservano i loro beni e la loro abitazione, vi sono poche leggi (...) e una splendida biblioteca'.
Dal 17 al 25 di quello stesso mese Newman e il fedele amico Ambrose St. John chiesero luce sulla loro vocazione davanti al sepolcro di san Pietro e si dedicarono a studiare le costituzioni e la storia dell'Oratorio. All'inizio di febbraio la decisione era presa: dopo l'ordinazione sarebbero stati iniziati alla vita oratoriana dai padri della Chiesa Nuova.
La figura di san Filippo Neri, di cui già nel periodo anglicano Newman aveva qualche conoscenza, si fece a lui più familiare: 'Mi ricorda in molte cose Keble - scrisse alla sorella Jemima - I due condividono la stessa totale avversione all'ipocrisia, il carattere gioviale e quasi eccentrico, un tenero amore agli altri e il rigore con se stessi'.
Il 14 febbraio, anche a nome dei compagni, Newman presentava al cardinale Giacomo Filippo Fransoni, prefetto di Propaganda Fide, il progetto del futuro Oratorio inglese: 'Abbiamo scoperto - scriveva - un cammino intermedio tra la vita religiosa e una vita completamente secolare; il che si adatta perfettamente a ciò di cui sentiamo il bisogno'. E il 21 febbraio, come amabile dono di compleanno per Newman, giungeva l'approvazione di Pio ix al progetto.
I sermoni predicati alla comunità in gennaio e febbraio del 1848 - Newman era giunto a Maryvale il 2 febbraio e di lì si sarebbe trasferito a Birmingham l'anno seguente - tracciano, attraverso la ricostruzione storica del cammino della congregazione e la presentazione delle caratteristiche interne dell'Oratorio, una magnifica panoramica della vocazione oratoriana, non superata, in molti aspetti, neppure dalle acquisizioni future e sono il frutto immediato, ma sorprendentemente maturo, delle letture e delle riflessioni romane.
Filippo Neri vi è colto da Newman nella sua originalità di vir prisci temporis, uomo del tempo antico nel quale rivive la 'forma primitiva del cristianesimo', caratterizzata dalla semplicità e dalla spontaneità, espressioni privilegiate della carità cristiana che è 'vincolo di perfezione' (Colossesi, 3, 14): 'dodici preti che lavorano insieme: ecco ciò che desidero - dirà Newman ancora nel 1878, alla vigilia del cardinalato - Un Oratorio è una famiglia e una casa'.
San Filippo Neri e l'Oratorio facilitarono, senza dubbio, a Newman la felice sintesi tra pietà e cultura di cui egli trovò altissima espressione nell''umanesimo devoto' di san Francesco di Sales, fondatore dell'Oratorio di Thonon.
Rimarcando la 'influenza decisiva' di san Filippo Neri sulla spiritualità di Newman, Jean Honoré arriva a parlare di una 'terza conversione' dopo la prima del quindicenne John Henry e la seconda, costituita dall'ingresso nella Chiesa cattolica. Essa si situa particolarmente negli anni oscuri della sua vita di cattolico, quando, al contrario di quanto gli accadeva da anglicano, la sua preghiera era 'serena', ma la sua vita 'triste'.
Newman, che nei suoi scritti autobiografici confessava di amare, già nel periodo anglicano, di essere ignorato, come padre Filippo consigliava ai suoi discepoli (ama nesciri), ora chiedeva a Filippo che gli insegnasse a spernere se sperni, a disprezzar d'essere disprezzato.
La 'mortificazione della rationale' - tanto insistitamente proposta da padre Filippo ai suoi - non è rifiuto della coltivazione dell'intelligenza, che può estendersi a tutti gli ambiti del sapere, né agli affetti umani, dal momento che è indispensabile l'amicizia tra i membri della Casa, e neppure dei beni temporali: è la rinuncia alla 'voluta propria' al fine di essere liberi ma non indipendenti, e solidali nella comune responsabilità.
Il secolo diciannovesimo aveva bisogno di una sintesi nuova tra 'devozione' e 'ragione' che solo una intelligenza poderosa e una spiritualità profonda come quelle di Newman potevano conseguire.
L'Oratorio di san Filippo Neri - scrisse l'oratoriano di Francia Louis Bouyer - 'nasce dall'incontro, in san Filippo, tra un'anima eccezionalmente interiore e una mente eccezionalmente aperta': sta qui la vocazione a cui Newman si sentì chiamato e alla quale rispose, per il resto della sua vita, con dedizione generosa e fedeltà creativa.
La sintesi equilibrata e gustosa dell'Oratorio
di Mauro De Gioia
Nessuno dei grandi temi del pensiero di Newman è argomento del volume che presentiamo, e questo può far sorgere il rischio di considerarci davanti a un 'Newman minore', la cui conoscenza sia utile agli specialisti, ma di cui il lettore comune possa tranquillamente fare a meno. Due elementi emergono però immediatamente per la loro attualità.
La 'persistenza dei tratti' caratteristici del ministero anglicano di Newman 'nel suo ministero cattolico denota - scrive il curatore nell'introduzione - come anche i valori spirituali acquisiti fuori dell'ovile cattolico possano trovare una collocazione legittima all'interno della Chiesa'. Inoltre, il volume, che esce proprio alla conclusione dell'anno sacerdotale, presenta una spiritualità che molto ha da offrire ai sacerdoti in generale'.
Credo infine che la scoperta di quanto profonda sia la dimensione 'filippina' di Newman favorisca una comprensione più ampia ed equilibrata della sua vicenda biografica e, conseguentemente, anche del suo pensiero.
È certo ben noto agli studiosi di Newman come lo stile dell'Oratorio filippino gli fosse certamente congeniale da un punto di vista pratico e psico-affettivo. Dagli scritti qui raccolti emerge però con chiarezza che la scelta dell'Oratorio fu risposta a una vera vocazione: per Newman la congregazione non è semplicemente una soluzione pratica per trovare un modo di conciliare la vita comunitaria con i suoi amici e l'insofferenza per più rigide e regolamentate forme di vita religiosa.
L'incontro di Newman con l'Oratorio non è semplice incontro con una istituzione, ma con la persona di san Filippo Neri.
Il rapporto tra Newman e san Filippo è la prospettiva spirituale nella quale inquadrare i testi sull'Oratorio e capire quale fosse l'autocomprensione che Newman avesse della sua propria vocazione.
In una sua riflessione sulla storia della Chiesa il nostro considera tre grandi periodi: 'l'antico, il medievale e il moderno, e in quei tre periodi ci sono rispettivamente tre ordini religiosi che si succedono sulla pubblica scena l'uno all'altro'. I tre grandi ordini sono il benedettino, il domenicano e il gesuita: 'Benedetto ha ricevuto la formazione intellettuale antica, san Domenico quella medievale e sant'Ignazio quella moderna'.
Potremmo sindacare sulla scelta di Newman di identificare le tre grandi ere della Chiesa col carisma di questi tre grandi santi, ma a noi interessa sottolineare come queste tre figure, Benedetto, Domenico e Ignazio, siano poste in relazione con Filippo Neri. Nei due Sermoni sulla missione di san Filippo Neri tenuti a Birmingham nel 1850, Newman lega infatti le tre tappe fondamentali della formazione della vocazione di Padre Filippo all'incontro con queste tre figure.
La prima educazione avvenuta a Firenze nel convento di san Marco collega Filippo col carisma domenicano. La svolta vocazionale avvenuta durante il giovanile soggiorno a San Germano viene messa in relazione con l'incontro col carisma benedettino. Infine a Roma il giovane Filippo conosce personalmente Ignazio di Loyola e la Compagnia di Gesù. E così conclude: 'Erano rifulse in Lui le vedute di san Domenico, la poesia di san Benedetto, l'intelligenza di sant'Ignazio, tutto accompagnato da una incomparabile grazia e da una avvincente dolcezza. Saremmo noi suoi figli di quest'Oratorio (...) saremmo noi capaci di tanto! Prendiamolo almeno come nostro modello'.
Per Newman Filippo Neri è quindi una sintesi equilibrata e gustosa (parla di 'incomparabile grazia' e 'avvincente dolcezza') di quelle che considera le tre fondamentali correnti spirituali della storia della Chiesa. Se questa è stata la sua missione tale è anche la missione dell'Oratorio, e quindi la sua propria vocazione, la sua vita di cattolico, di sacerdote, di oratoriano.
(©L'Osservatore Romano - 9 giugno 2010)
Nel pomeriggio di martedì 8 giugno viene presentato a Genova, nell'Oratorio di San Filippo, il libro che raccoglie gli Scritti oratoriani di John Henry Newman in un'edizione curata da Placid Murray (Siena, Cantagalli, 2010, pagine 504, euro 17). All'incontro parteciperà anche il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana. Anticipiamo stralci della relazione del procuratore generale della Confederazione dell'Oratorio e, in basso, dell'intervento del direttore dell'Ufficio per la cultura dell'arcidiocesi di Genova.
di Edoardo Aldo Cerrato
I testi di Newman sull'Oratorio, che l'edizione presenta, mostrano chiaramente quanto la vocazione oratoriana abbia segnato la vita e l'opera del nuovo Beato e quanto profonda sia stata l'appartenenza all'Oratorio di Padre Filippo di colui che pure 'appartiene - affermava Paolo vi - a tutti coloro che sono alla ricerca di un preciso orientamento e di una direzione attraverso le incertezze del mondo moderno'; che 'appartiene a ogni epoca, luogo e persona', per dirlo con Giovanni Paolo ii; che è il teologo e uomo di Chiesa di cui oggi la Chiesa ha particolarmente bisogno, come ancor recentemente ricordava il Santo Padre Benedetto XVI parlando ai vescovi dell'Inghilterra e del Galles: 'Grandi scrittori e comunicatori della sua statura e della sua integrità sono necessari nella Chiesa oggi'.
'Amo un vecchio dal dolce aspetto, - scrisse Newman in riferimento a san Filippo - lo ravviso nel suo pronto sorriso, nell'occhio acuto e profondo, nella parola che infiamma uscendo dal suo labbro quando non è rapito in estasi...'.
Newman fu oratoriano con la profondità che caratterizzò ogni scelta della sua vita e ogni opera intrapresa. E lo fu fino alla fine dei suoi giorni, anche rivestito della porpora romana di cui Leone xiii, sfidando il giudizio di altri, lo volle onorare. Giunto a Roma per il Concistoro del 1879, in cui sarebbe stato creato cardinale, Newman scriveva al suo vescovo: 'Il Santo Padre mi ha accolto molto affettuosamente (...). Mi ha chiesto: 'Intende continuare a guidare la Casa di Birmingham?'. Risposi: 'Dipende dal Santo Padre'. Egli riprese: 'Bene. Desidero che continuiate a dirigerla', e parlò a lungo di questo'.
Non sfuggiva a Leone xiii l'importanza della presenza oratoriana iniziata da Newman in Inghilterra, quando vi fece ritorno, dopo l'ordinazione sacerdotale, portando con sé il Breve Magna nobis semper del 1847, con cui il beato Pio ix istituiva l'Oratorio nel Regno Unito e dava a Newman facoltà di propagarlo in quella Nazione; come non gli sfuggiva la triste situazione dell'Oratorio filippino, falcidiato in Italia dalle vicende storiche e politiche del xix secolo.
'Desidero che continuiate a dirigere (la Casa di Birmingham), e parlò a lungo di questo': quella di Papa Leone non è solo benevola concessione per evitare a un uomo di veneranda età le comprensibili difficoltà di un trasferimento a Roma e i possibili inconvenienti derivanti dal lasciare la congregazione da lui fondata; è la testimonianza che il Papa aveva perfettamente colto ciò che l'Oratorio significava per Newman, il quale gli aveva detto: 'Da trent'anni sono vissuto nell'Oratorio, nella pace e nella felicità. Vorrei pregare Vostra Santità di non togliermi a san Filippo, mio padre e patrono, e di lasciarmi morire là dove sono vissuto così a lungo': fervida espressione di amore per la propria vocazione.
L'Oratorio si affacciò sull'orizzonte di John Henry Newman fin dal momento del suo ingresso nella Chiesa cattolica, quando Nicholas Wiseman, vescovo coadiutore del Distretto centrale dell'Inghilterra, lo persuase a ricevere l'ordinazione sacerdotale, suggerendogli pure l'Oratorio di San Filippo Neri come la forma di vita più idonea a lui e ai suoi compagni che lo avevano seguito nel ritiro di Littlemore, mentre Newman, pur esaminando la possibilità di aderire a qualcuno dei grandi ordini religiosi esistenti, abbozzava il progetto di una realtà nuova che tanti elementi possedeva in comune con l'Oratorio filippino.
Sostenuto dalla convinzione che la sua vita doveva svolgersi in una comunità caratterizzata 'da un acuto senso della cultura e dal gusto innato per l'umanesimo', accompagnati 'dal rispetto verso le persone e dal rifiuto di ogni coazione' - scrive il cardinale Jean Honoré - Newman dedicò un anno abbondante al discernimento sulla propria vocazione.
Giunto a Roma nell'ottobre 1846 con alcuni compagni per frequentare i corsi ecclesiastici in vista dell'ordinazione, questo intenso cammino di ricerca e di riflessione conobbe una illuminazione particolare: Newman comprese chiaramente che l'esperimento di vita comunitaria già intrapreso e l'esperienza della sua vita passata 'potevano offrire un punto di partenza per il futuro', mentre la scelta di uno dei grandi ordini religiosi avrebbe comportato la dispersione del gruppo, oltre a non rispondere pienamente a ciò che si andava cercando.
La visita del gennaio 1847 all'Oratorio Romano in Santa Maria in Vallicella suscitò in Newman un profondo interesse, anche perché gli richiamò l'esperienza dei college universitari inglesi: 'i membri - scrisse - conservano i loro beni e la loro abitazione, vi sono poche leggi (...) e una splendida biblioteca'.
Dal 17 al 25 di quello stesso mese Newman e il fedele amico Ambrose St. John chiesero luce sulla loro vocazione davanti al sepolcro di san Pietro e si dedicarono a studiare le costituzioni e la storia dell'Oratorio. All'inizio di febbraio la decisione era presa: dopo l'ordinazione sarebbero stati iniziati alla vita oratoriana dai padri della Chiesa Nuova.
La figura di san Filippo Neri, di cui già nel periodo anglicano Newman aveva qualche conoscenza, si fece a lui più familiare: 'Mi ricorda in molte cose Keble - scrisse alla sorella Jemima - I due condividono la stessa totale avversione all'ipocrisia, il carattere gioviale e quasi eccentrico, un tenero amore agli altri e il rigore con se stessi'.
Il 14 febbraio, anche a nome dei compagni, Newman presentava al cardinale Giacomo Filippo Fransoni, prefetto di Propaganda Fide, il progetto del futuro Oratorio inglese: 'Abbiamo scoperto - scriveva - un cammino intermedio tra la vita religiosa e una vita completamente secolare; il che si adatta perfettamente a ciò di cui sentiamo il bisogno'. E il 21 febbraio, come amabile dono di compleanno per Newman, giungeva l'approvazione di Pio ix al progetto.
I sermoni predicati alla comunità in gennaio e febbraio del 1848 - Newman era giunto a Maryvale il 2 febbraio e di lì si sarebbe trasferito a Birmingham l'anno seguente - tracciano, attraverso la ricostruzione storica del cammino della congregazione e la presentazione delle caratteristiche interne dell'Oratorio, una magnifica panoramica della vocazione oratoriana, non superata, in molti aspetti, neppure dalle acquisizioni future e sono il frutto immediato, ma sorprendentemente maturo, delle letture e delle riflessioni romane.
Filippo Neri vi è colto da Newman nella sua originalità di vir prisci temporis, uomo del tempo antico nel quale rivive la 'forma primitiva del cristianesimo', caratterizzata dalla semplicità e dalla spontaneità, espressioni privilegiate della carità cristiana che è 'vincolo di perfezione' (Colossesi, 3, 14): 'dodici preti che lavorano insieme: ecco ciò che desidero - dirà Newman ancora nel 1878, alla vigilia del cardinalato - Un Oratorio è una famiglia e una casa'.
San Filippo Neri e l'Oratorio facilitarono, senza dubbio, a Newman la felice sintesi tra pietà e cultura di cui egli trovò altissima espressione nell''umanesimo devoto' di san Francesco di Sales, fondatore dell'Oratorio di Thonon.
Rimarcando la 'influenza decisiva' di san Filippo Neri sulla spiritualità di Newman, Jean Honoré arriva a parlare di una 'terza conversione' dopo la prima del quindicenne John Henry e la seconda, costituita dall'ingresso nella Chiesa cattolica. Essa si situa particolarmente negli anni oscuri della sua vita di cattolico, quando, al contrario di quanto gli accadeva da anglicano, la sua preghiera era 'serena', ma la sua vita 'triste'.
Newman, che nei suoi scritti autobiografici confessava di amare, già nel periodo anglicano, di essere ignorato, come padre Filippo consigliava ai suoi discepoli (ama nesciri), ora chiedeva a Filippo che gli insegnasse a spernere se sperni, a disprezzar d'essere disprezzato.
La 'mortificazione della rationale' - tanto insistitamente proposta da padre Filippo ai suoi - non è rifiuto della coltivazione dell'intelligenza, che può estendersi a tutti gli ambiti del sapere, né agli affetti umani, dal momento che è indispensabile l'amicizia tra i membri della Casa, e neppure dei beni temporali: è la rinuncia alla 'voluta propria' al fine di essere liberi ma non indipendenti, e solidali nella comune responsabilità.
Il secolo diciannovesimo aveva bisogno di una sintesi nuova tra 'devozione' e 'ragione' che solo una intelligenza poderosa e una spiritualità profonda come quelle di Newman potevano conseguire.
L'Oratorio di san Filippo Neri - scrisse l'oratoriano di Francia Louis Bouyer - 'nasce dall'incontro, in san Filippo, tra un'anima eccezionalmente interiore e una mente eccezionalmente aperta': sta qui la vocazione a cui Newman si sentì chiamato e alla quale rispose, per il resto della sua vita, con dedizione generosa e fedeltà creativa.
La sintesi equilibrata e gustosa dell'Oratorio
di Mauro De Gioia
Nessuno dei grandi temi del pensiero di Newman è argomento del volume che presentiamo, e questo può far sorgere il rischio di considerarci davanti a un 'Newman minore', la cui conoscenza sia utile agli specialisti, ma di cui il lettore comune possa tranquillamente fare a meno. Due elementi emergono però immediatamente per la loro attualità.
La 'persistenza dei tratti' caratteristici del ministero anglicano di Newman 'nel suo ministero cattolico denota - scrive il curatore nell'introduzione - come anche i valori spirituali acquisiti fuori dell'ovile cattolico possano trovare una collocazione legittima all'interno della Chiesa'. Inoltre, il volume, che esce proprio alla conclusione dell'anno sacerdotale, presenta una spiritualità che molto ha da offrire ai sacerdoti in generale'.
Credo infine che la scoperta di quanto profonda sia la dimensione 'filippina' di Newman favorisca una comprensione più ampia ed equilibrata della sua vicenda biografica e, conseguentemente, anche del suo pensiero.
È certo ben noto agli studiosi di Newman come lo stile dell'Oratorio filippino gli fosse certamente congeniale da un punto di vista pratico e psico-affettivo. Dagli scritti qui raccolti emerge però con chiarezza che la scelta dell'Oratorio fu risposta a una vera vocazione: per Newman la congregazione non è semplicemente una soluzione pratica per trovare un modo di conciliare la vita comunitaria con i suoi amici e l'insofferenza per più rigide e regolamentate forme di vita religiosa.
L'incontro di Newman con l'Oratorio non è semplice incontro con una istituzione, ma con la persona di san Filippo Neri.
Il rapporto tra Newman e san Filippo è la prospettiva spirituale nella quale inquadrare i testi sull'Oratorio e capire quale fosse l'autocomprensione che Newman avesse della sua propria vocazione.
In una sua riflessione sulla storia della Chiesa il nostro considera tre grandi periodi: 'l'antico, il medievale e il moderno, e in quei tre periodi ci sono rispettivamente tre ordini religiosi che si succedono sulla pubblica scena l'uno all'altro'. I tre grandi ordini sono il benedettino, il domenicano e il gesuita: 'Benedetto ha ricevuto la formazione intellettuale antica, san Domenico quella medievale e sant'Ignazio quella moderna'.
Potremmo sindacare sulla scelta di Newman di identificare le tre grandi ere della Chiesa col carisma di questi tre grandi santi, ma a noi interessa sottolineare come queste tre figure, Benedetto, Domenico e Ignazio, siano poste in relazione con Filippo Neri. Nei due Sermoni sulla missione di san Filippo Neri tenuti a Birmingham nel 1850, Newman lega infatti le tre tappe fondamentali della formazione della vocazione di Padre Filippo all'incontro con queste tre figure.
La prima educazione avvenuta a Firenze nel convento di san Marco collega Filippo col carisma domenicano. La svolta vocazionale avvenuta durante il giovanile soggiorno a San Germano viene messa in relazione con l'incontro col carisma benedettino. Infine a Roma il giovane Filippo conosce personalmente Ignazio di Loyola e la Compagnia di Gesù. E così conclude: 'Erano rifulse in Lui le vedute di san Domenico, la poesia di san Benedetto, l'intelligenza di sant'Ignazio, tutto accompagnato da una incomparabile grazia e da una avvincente dolcezza. Saremmo noi suoi figli di quest'Oratorio (...) saremmo noi capaci di tanto! Prendiamolo almeno come nostro modello'.
Per Newman Filippo Neri è quindi una sintesi equilibrata e gustosa (parla di 'incomparabile grazia' e 'avvincente dolcezza') di quelle che considera le tre fondamentali correnti spirituali della storia della Chiesa. Se questa è stata la sua missione tale è anche la missione dell'Oratorio, e quindi la sua propria vocazione, la sua vita di cattolico, di sacerdote, di oratoriano.
(©L'Osservatore Romano - 9 giugno 2010)
domenica, giugno 06, 2010
There are many young people who are struggling to find a reason to remain in the Church
Venerdì 4 giugno Sua Eccellenza Dairmut Martin, arcivescovo di Dublino e primate d'Irlanda, ha parlato all'Università di Oxford su invito della Newman Society locale.
Martin ha trattato della situazione della Chiesa in Irlanda, con una attenzione particolare ai giovani, facendo spesso riferimento al Cardinale Newman e all'Università Cattolica d'Irlanda da lui fondata.
Ecco alcuni passaggi significativi:
There are structural and cultural factors which are unique to the Irish Church which have contributed to this alienation of our young people. The Irish Church has traditionally stressed the central role of Catholic schools. In the nineteenth century, after Catholic Emancipation, the Irish Church was determined that it would have an education system not just open to Catholics, as had hitherto not being the case, but which gave the strongest possible guarantee of being truly Catholic.
The only Irish bishop who took a strong strand in favour of Catholic participation in the initial National School system or in the Queens University system was the Archbishop of Dublin, Daniel Murray. His successor in Dublin, the first Irish Cardinal, Paul Cullen, on the other hand strongly supported the idea of specifically Catholic education in schools and universities and definitively won the Holy See’s support for his views.
It was Cullen who invited Newman to come to Dublin to establish the Catholic University of Ireland. There is a fascinating temptation for me to ask the “What if” question: what if the model of Archbishop Murray had been followed with Catholic children attending public schools and secular universities? Might the faith in Ireland have been stronger and less parochial?
Newman’s University, in fact, was not a great success; its degrees were not recognised and apart from the medical school failed to attract public interest. I have to be careful not to make many critical comments about the effectiveness of Newman’s University, not just because I am addressing a Newman Society, but because I am actually the current Rector of the Catholic University of Ireland which still exists in law. It exists in law but it has little more than Trustees, a Rector and a beautiful University Church designed in great part under the direct influence of Newman. I will come back to that Church later.
The particular religious history of Ireland led to great emphasis being placed on the school as the principal vehicle for religious education. The school in Ireland then became a rather authoritarian school system, with Victorianism, Jansenism and older Irish penitential spirituality combining. Questioning was not encouraged. Questions of faith were to be accepted in obedience. It was presumed that all students in Catholic schools were believers and that they would make the First Communion and Confirmation when they reached the appropriate class. In my younger days parents were not even allowed to be in the Church for Confirmation. In more recent years, due to the drop in the number of priests and the increase of their work load, the link between sacramental preparation and school deepened and the link between sacramental preparation and parish diminished.
....
Let me come back to Newman’s’ Church. I do not know if any of you may ever visited Newman’s University Church. Walking along Saint Stephen’s Green in the heart of Dublin you would hardly notice that there was a Church there. There is a small porch with a cross on it. If you enter into a porch you find yourself in a long, nondescript corridor which gives little indication where it might be leading. Then you suddenly enter a quite unique Church, of great beauty and mystery, quite unlike other Churches built in its time, very much Newman’s Church.
I often link that experience of entering Newman’s Church with the challenge of evangelization. The task of evangelization is to challenge these who walk our cities to stop and be curious about this small signs of God’s presence which are all around us but which so often we chose to ignore. We need to stimulate the curiosity of those who walk directionless or just going about day to day activities. But we have to realise that such curiosity will not provide immediate results. There is still, for all of us, the long, nondescript corridor which gives you no indication of what you might expect if you journey onwards. This is the challenge and the risk of faith But through perseverance and especially through the helping hand of other people of faith we can be led to enter into the surprising, into a presence of God which brings us way beyond the sphere of normal human imagination.
Experiencing the beauty of faith is not something that will happen to us every day. There is no way however we can expect young people to remain in the Church if we do not at least attempt to open up that experience for them or at least glimpses of it which can enlighten and encourage them in the ups and downs of their life within their culture and the characteristics of their generation.
Sul sito dell'Arcidiocesi potete trovare l'intero discorso.
Martin ha trattato della situazione della Chiesa in Irlanda, con una attenzione particolare ai giovani, facendo spesso riferimento al Cardinale Newman e all'Università Cattolica d'Irlanda da lui fondata.
Ecco alcuni passaggi significativi:
There are structural and cultural factors which are unique to the Irish Church which have contributed to this alienation of our young people. The Irish Church has traditionally stressed the central role of Catholic schools. In the nineteenth century, after Catholic Emancipation, the Irish Church was determined that it would have an education system not just open to Catholics, as had hitherto not being the case, but which gave the strongest possible guarantee of being truly Catholic.
The only Irish bishop who took a strong strand in favour of Catholic participation in the initial National School system or in the Queens University system was the Archbishop of Dublin, Daniel Murray. His successor in Dublin, the first Irish Cardinal, Paul Cullen, on the other hand strongly supported the idea of specifically Catholic education in schools and universities and definitively won the Holy See’s support for his views.
It was Cullen who invited Newman to come to Dublin to establish the Catholic University of Ireland. There is a fascinating temptation for me to ask the “What if” question: what if the model of Archbishop Murray had been followed with Catholic children attending public schools and secular universities? Might the faith in Ireland have been stronger and less parochial?
Newman’s University, in fact, was not a great success; its degrees were not recognised and apart from the medical school failed to attract public interest. I have to be careful not to make many critical comments about the effectiveness of Newman’s University, not just because I am addressing a Newman Society, but because I am actually the current Rector of the Catholic University of Ireland which still exists in law. It exists in law but it has little more than Trustees, a Rector and a beautiful University Church designed in great part under the direct influence of Newman. I will come back to that Church later.
The particular religious history of Ireland led to great emphasis being placed on the school as the principal vehicle for religious education. The school in Ireland then became a rather authoritarian school system, with Victorianism, Jansenism and older Irish penitential spirituality combining. Questioning was not encouraged. Questions of faith were to be accepted in obedience. It was presumed that all students in Catholic schools were believers and that they would make the First Communion and Confirmation when they reached the appropriate class. In my younger days parents were not even allowed to be in the Church for Confirmation. In more recent years, due to the drop in the number of priests and the increase of their work load, the link between sacramental preparation and school deepened and the link between sacramental preparation and parish diminished.
....
Let me come back to Newman’s’ Church. I do not know if any of you may ever visited Newman’s University Church. Walking along Saint Stephen’s Green in the heart of Dublin you would hardly notice that there was a Church there. There is a small porch with a cross on it. If you enter into a porch you find yourself in a long, nondescript corridor which gives little indication where it might be leading. Then you suddenly enter a quite unique Church, of great beauty and mystery, quite unlike other Churches built in its time, very much Newman’s Church.
I often link that experience of entering Newman’s Church with the challenge of evangelization. The task of evangelization is to challenge these who walk our cities to stop and be curious about this small signs of God’s presence which are all around us but which so often we chose to ignore. We need to stimulate the curiosity of those who walk directionless or just going about day to day activities. But we have to realise that such curiosity will not provide immediate results. There is still, for all of us, the long, nondescript corridor which gives you no indication of what you might expect if you journey onwards. This is the challenge and the risk of faith But through perseverance and especially through the helping hand of other people of faith we can be led to enter into the surprising, into a presence of God which brings us way beyond the sphere of normal human imagination.
Experiencing the beauty of faith is not something that will happen to us every day. There is no way however we can expect young people to remain in the Church if we do not at least attempt to open up that experience for them or at least glimpses of it which can enlighten and encourage them in the ups and downs of their life within their culture and the characteristics of their generation.
Sul sito dell'Arcidiocesi potete trovare l'intero discorso.
giovedì, giugno 03, 2010
Lindau edita C.S. Lewis
Lindau edita C.S. Lewis: "
"

«Non sono uno storico esperto, e non esaminerò le evidenze storiche per i miracoli cristiani. Il mio compito è mettere i miei lettori nelle condizioni di farlo. Non serve a nulla rivolgersi ai testi se prima non ci si è fatti un’idea sulla possibilità, o sulla probabilità, del miracoloso. Coloro che danno per scontato che i miracoli non esistono, sprecano semplicemente il loro tempo cercando prove nei libri: sappiamo in anticipo quali saranno i risultati delle loro ricerche, perché hanno cominciato scongiurando la vera domanda.» Clive Staple Lewis
«Ho letto il libro di Lewis con grande piacere molti anni fa, e ogni volta che lo riprendo in mano rivive in me la stessa ammirazione.» John Updike
«C. S. Lewis è stato nel XX secolo l’intellettuale che più di ogni altro ha costretto tutti noi a fare i conti con la nostra filosofia di vita, qualunque essa fosse.» Los Angeles Times
Le
EDIZIONI LINDAU
presentano
MIRACOLI
Uno studio preliminare
di Clive Staple Lewis
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Edizioni Lindau | Collana «I Pellicani» | pp. 272 | euro 19,50 | ISBN 978-88-7180-867-3
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IN LIBRERIA DAL 3 GIUGNO
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Famoso per il ciclo fantasy Le cronache di Narnia, C. S. Lewis è stato anche un fine saggista impegnato nella difesa di una visione spirituale dell’uomo e della vita dal naturalismo materialistico imperante ai suoi (e ai nostri) tempi.
In questo libro (pubblicato la prima volta nel 1947 e rivisto nel 1960), attraverso un’analisi lucida e serrata dei presupposti, dei pregiudizi e degli errori di tale atteggiamento, Lewis argomenta a favore della plausibilità dei miracoli.
Per lui, non si tratta di una questione di fede o di esperienza, ma essenzialmente di ragione. Proprio essa infatti ci dimostra che non può esistere solo la natura (intesa come tutto ciò che viene colto dai nostri sensi), ma che vi è un Fondamento precedente e superiore. Un Essere ultimo creatore del tempo e dello spazio e di quanto in essi fluisce. Un Creatore che può intervenire al di là delle leggi che reggono l’universo, ma mai contro di esse.
Con la sua scrittura lieve e arguta, Lewis propone una tesi che rappresenta ancora oggi il miglior presidio del cristianesimo – fondato sul Miracolo più grande, la Resurrezione – e della sua concezione del mondo.
Contemporaneo di J.R.R. Tolkien, suo grande amico, e di G.K. Chesterton; proprio in questo saggio Lewis sviluppa argomenti cari anche a Chesterton e che si possono ritrovare in San Tommaso d'Aquino (Lindau, 2008).
Titolo originale: Miracles
Traduzione dall'inglese di Diana Mengo
L'AUTORE
Clive Staple Lewis (1898-1963), filologo e scrittore irlandese, insegnò a Oxford letteratura inglese. È noto soprattutto per Le cronache di Narnia e per essere stato membro del circolo letterario degli Inklings, insieme a J.R.R. Tolkien e Charles Williams. Convertitosi al cristianesimo anglicano nel 1931, scrisse numerose opere di narrativa, fantascienza, saggistica e l’autobiografia Sorpreso dalla gioia.
DAL LIBRO
Lo scopo di questo libro
La buona soluzione finale, infatti, è lo scioglimento delle difficoltà precedentemente accertate.
Aristotele, Metafisica, B, 995a
In tutta la mia vita ho incontrato solo una persona che sostiene di aver visto un fantasma. Quel che è interessante, è che questa persona, prima di vedere il fantasma, non credeva nell’immortalità dell’anima, e tuttora non ci crede, anche dopo aver veduto il fantasma. Sostiene che quello che ha visto doveva essere un’illusione, o uno scherzo giocatole dei nervi. Ovviamente potrebbe aver ragione. Vedere non equivale a credere.
Per questo motivo, la domanda se i miracoli accadano davvero non può trovare una risposta semplicemente nell’esperienza. Ogni evento che sia possibile definire miracolo è, in ultima istanza, qualcosa che si presenta ai nostri sensi, qualcosa che si è visto, udito, toccato, odorato o gustato. E i nostri sensi non sono infallibili. Quando sembra che sia accaduto qualcosa di straordinario, si può sempre sostenere di essere stati vittime di un’illusione. Se abbracciamo una visione filosofica che esclude il soprannaturale, ciò che diremo è esattamente questo. Le cose che impariamo dall’esperienza dipendono dal tipo di filosofia che accompagniamo a quell’esperienza. È quindi inutile fare appello all’esperienza prima di aver risolto, quanto meglio possiamo, la questione filosofica.
Se l’esperienza immediata non può dimostrare o confutare il miracoloso, ancor meno può farlo la storia. Molte persone credono che si possa stabilire se nel passato è avvenuto un miracolo esaminando le prove «secondo le consuete regole dell’indagine storica». Ma queste regole non possono essere utilizzate finché non si decide se i miracoli siano possibili e, in tal caso, quanto siano probabili. Infatti, se i miracoli fossero impossibili, non ci sarebbero mai prove storiche sufficienti a convincerci del contrario. Se fossero possibili, invece, ma immensamente improbabili, allora solo le evidenze matematicamente dimostrabili ci convincerebbero; dal momento che la storia non fornisce mai, per nessun evento, un simile grado di dimostrazione, non potrà mai nemmeno convincerci che sia avvenuto un miracolo. Se, d’altra parte, i miracoli non fossero intrinsecamente improbabili, allora le prove esistenti sarebbero sufficienti a convincerci che un buon numero di essi sono effettivamente accaduti. L’esito delle nostre indagini storiche, dunque, dipende dalle idee filosofiche che avevamo ancor prima di iniziare a cercare le prove. Pertanto, la questione filosofica va affrontata per prima.
Ecco un esempio del genere di cose che accade qualora omettiamo di dedicarci al preliminare compito filosofico per precipitarci su quello storico. In un famoso commento alla Bibbia troverete una discussione sulla data in cui fu scritto il Quarto Vangelo. L’autore dice che dev’essere stato scritto dopo l’esecuzione di san Pietro, perché, nel Quarto Vangelo, Cristo predice tale esecuzione. «Un libro – pensa l’autore – non può essere scritto prima degli eventi ai quali fa riferimento». È ovvio che non possa – a meno che non si tratti di vere predizioni. Se così fosse, però, tutta questa argomentazione sulla datazione crollerebbe. Per di più, l’autore non discute affatto della possibilità che esistano delle vere predizioni. Dà per scontato (forse inconsciamente) che questa possibilità non ci sia. E forse ha ragione: ma se è così, non ha di certo scoperto questo principio tramite l’indagine storica. Ha sovrapposto al lavoro storico la sua convinzione preconfezionata, per così dire, riguardo alle predizioni. Se non avesse fatto ciò, non sarebbe mai giunto a quella conclusione sulla datazione del Quarto Vangelo. E allora, il suo lavoro è praticamente inutile per una persona che voglia sapere se esistono le predizioni. L’autore inizia il proprio lavoro solo dopo aver già risposto negativamente a questa domanda, e non dice mai su che base l’ha fatto.
Questo libro vuole essere un’indagine preliminare a quella storica. Non sono uno storico esperto, e non esaminerò le evidenze storiche per i miracoli cristiani. Il mio compito è mettere i miei lettori nelle condizioni di farlo. Non serve a nulla rivolgersi ai testi se prima non ci si è fatti un’idea sulla possibilità, o sulla probabilità, del miracoloso. Coloro che danno per scontato che i miracoli non esistano, sprecano semplicemente il loro tempo cercando prove nei testi: sappiamo in anticipo quali saranno i risultati delle loro ricerche, perché hanno cominciato evitando la vera domanda.
L'INDICE
9 1. Lo scopo di questo libro
13 2. Il Naturalista e il Soprannaturalista
23 3. La difficoltà principale del naturalismo
41 4. Natura e Sopranatura
55 5. Un’ulteriore difficoltà nel naturalismo
63 6. Risposte alle perplessità
71 7. Un capitolo di False Piste
85 8. Miracoli e leggi della Natura
95 9. Un capitolo non strettamente necessario
101 10. «Orribili cose rosse»
119 11. Cristianesimo e «religione»
139 12. La proprietà dei miracoli
147 13. Sulla probabilità
159 14. Il Grande Miracolo
193 15. I miracoli dell’Antica Creazione
209 16. I Miracoli della Nuova Creazione
239 17. Epilogo
247 Appendice A. Sui termini «spirito» e «spirituale»
253 Appendice B. Sulle «provvidenze particolari»
martedì, giugno 01, 2010
Preghiera del 1 giugno 2010 [Preghiera]
Preghiera del 1 giugno 2010 [Preghiera]: "
Non rivolgetevi agli idoli, non inginocchiatevi davanti ai vari Maxxi, Macro, Marca, Marta, Madre, Mambo, Maci, Mart, Mao, Miao (non invento niente, esistono tutti davvero, rispettivamente a Roma, Roma, Catanzaro, Taranto, Napoli, Bologna, Isernia, Rovereto, Torino, Torino). Gli acronimi seriali dei musei di arte contemporanea dimostrano: 1) l’ideologia dell’impersonalità quindi dell’inumanità che li informa; 2) la sterilità di un artistume che si riempie la bocca con la parola “creatività” e non è capace di creare…
Continua sul sito del Foglio.it
lunedì, maggio 24, 2010
Dateci, o Dio, gioie pure, dolori sopportabili, amore paziente, lieta e forte concordia nel bene Datemi un pane per lei. Se destinato a esser padre, donatemi vita e virtù da educare i miei figli. Se i giorni a me numerati son brevi, nelle vostre mani raccomando, Signore, questa che è ormai tanta parte dell’anima mia. Con l’esempio e con la parola dateci di consolare e nobilitare l’anime de’ fratelli. Insegnatemi a espiare le colpe mie tante, che non ricadano sulla povera famiglia mia. Perdonatemi. Benediteci. In voi temendo esultiamo: in voi, lieti o afflitti, riposeremo.
Niccolò Tommaseo
Grazie ad Antonio Gurrado.
domenica, maggio 23, 2010
Martin Gardner RIP
Martin Gardner, celebre divulgatore scientifico, è morto ieri a Seattle. Gardner ha curato per venticinque anni la rubrica 'Mathematical Games' sulla rivista Scientific American e ha pubblicato più di cinquanta libri.
Nel 1957 ha curato la raccolta Great Essays in Science, una collezione di saggi scientifici che ha venduto migliaia di copie ed è ancora in commercio. Insieme a Einstein, Whitehead e altri giganti della matematica e della fisica, Gardner scelse anche una porzione del quarto capitolo dall'Ortodossia di Chesterton, intitolato 'The Ethics of Elfland' e tradotto in italiano come 'L'etica delle fate'. Così Gardner motivò la sua scelta: "Potrebbe sorprendere molti lettori trovare qui inclusa una selezione di Gilbert Keith Chesterton. Il rotondo scrittore britannico non era famoso per la sua conoscenza di cose scientifiche, ... eppure ci sono momenti in cui ti sorprende per le sue inaspettate intuizioni scientifiche". Gardner poi sottolinea con stupore che il brano è tratto dal più famoso volume di Chesterton di apologetica cristiana.
Nel suo Chesterton: A Seer of Science, Stanley Jaki nota che Gardner, probabilmente per ragioni editoriali, cambiò il titolo del brano da 'The Ethics of Elfland' a 'The Logic of Elfland'. La logica ovviamente non mancava, dice Jaki, ma il capitolo di Ortodossia è più di una riflessione sulla logica, è un inno alla realtà. Uno dei principi della 'filosofia delle fate', quella che Chesterton aveva imparato nella culla, è che sia nei dettagli più minuscoli quanto nell'universo intero la realtà è specifica, unica, potrebbe essere diversamente eppure ci è data così. Questa sensibilità per l'unicità delle cose che ci circondano, questo stupore, è il mezzo, Jaki ci suggerisce, per restaurare un impegno nei confronti della realtà. È molto più di una logica, è un'etica che guida la ricerca dello scienziato ma anche dell'uomo comune.
Nel 1957 ha curato la raccolta Great Essays in Science, una collezione di saggi scientifici che ha venduto migliaia di copie ed è ancora in commercio. Insieme a Einstein, Whitehead e altri giganti della matematica e della fisica, Gardner scelse anche una porzione del quarto capitolo dall'Ortodossia di Chesterton, intitolato 'The Ethics of Elfland' e tradotto in italiano come 'L'etica delle fate'. Così Gardner motivò la sua scelta: "Potrebbe sorprendere molti lettori trovare qui inclusa una selezione di Gilbert Keith Chesterton. Il rotondo scrittore britannico non era famoso per la sua conoscenza di cose scientifiche, ... eppure ci sono momenti in cui ti sorprende per le sue inaspettate intuizioni scientifiche". Gardner poi sottolinea con stupore che il brano è tratto dal più famoso volume di Chesterton di apologetica cristiana.
Nel suo Chesterton: A Seer of Science, Stanley Jaki nota che Gardner, probabilmente per ragioni editoriali, cambiò il titolo del brano da 'The Ethics of Elfland' a 'The Logic of Elfland'. La logica ovviamente non mancava, dice Jaki, ma il capitolo di Ortodossia è più di una riflessione sulla logica, è un inno alla realtà. Uno dei principi della 'filosofia delle fate', quella che Chesterton aveva imparato nella culla, è che sia nei dettagli più minuscoli quanto nell'universo intero la realtà è specifica, unica, potrebbe essere diversamente eppure ci è data così. Questa sensibilità per l'unicità delle cose che ci circondano, questo stupore, è il mezzo, Jaki ci suggerisce, per restaurare un impegno nei confronti della realtà. È molto più di una logica, è un'etica che guida la ricerca dello scienziato ma anche dell'uomo comune.
sabato, maggio 22, 2010
Vino nuovo
Vinonuovo è un nuovo blog collettivo su temi, problemi e storie dei cattolici oggi in Italia.
Francesca Lozito ha scritto un toccante intervento su Davide, un amico comune ed ex presidente nazionale della FUCI da poco ordinato presbitero.
Se un amico diventa prete
di Francesca Lozito | 12 maggio 2010
«Il nostro problema di Chiesa oggi? - ci aveva detto il nostro don una volta durante un ritiro spirituale –. È che non vi abbiamo dato Cristo»
«Il corpo di Cristo … Amen ». Il giovane sacerdote porge le ostie ai fedeli un po' troppo velocemente non celando un'emozione che non può che essergli perdonata. Questo, infatti, è il giorno della sua ordinazione. I due ragazzi non lo guardano nemmeno in faccia per colpa di un'emozione anche più forte della sua: don D. è loro amico da quando avevano diciott'anni. Se lo ricordano ancora la prima volta che venne all'incontro del gruppo universitario, aveva appena iniziato ingegneria, ma non era come tutti gli ingegneri che avevano conosciuto fino ad allora, massì insomma, un po' freddini e persi nel loro mondo di numeri. D. era stato un piccolo fenomeno al liceo: bravo, bravissimo, e poi faceva tante cose e suonava il pianoforte in modo mirabile … arrivò con quell'aria un po' svagata, un bel sorriso ed una domanda nel cuore che ancora nessuno lo sapeva ma era già qualcosa che dentro, nel profondo, voleva dire sacerdozio.
Continua qui.
Francesca Lozito ha scritto un toccante intervento su Davide, un amico comune ed ex presidente nazionale della FUCI da poco ordinato presbitero.
Se un amico diventa prete
di Francesca Lozito | 12 maggio 2010
«Il nostro problema di Chiesa oggi? - ci aveva detto il nostro don una volta durante un ritiro spirituale –. È che non vi abbiamo dato Cristo»
«Il corpo di Cristo … Amen ». Il giovane sacerdote porge le ostie ai fedeli un po' troppo velocemente non celando un'emozione che non può che essergli perdonata. Questo, infatti, è il giorno della sua ordinazione. I due ragazzi non lo guardano nemmeno in faccia per colpa di un'emozione anche più forte della sua: don D. è loro amico da quando avevano diciott'anni. Se lo ricordano ancora la prima volta che venne all'incontro del gruppo universitario, aveva appena iniziato ingegneria, ma non era come tutti gli ingegneri che avevano conosciuto fino ad allora, massì insomma, un po' freddini e persi nel loro mondo di numeri. D. era stato un piccolo fenomeno al liceo: bravo, bravissimo, e poi faceva tante cose e suonava il pianoforte in modo mirabile … arrivò con quell'aria un po' svagata, un bel sorriso ed una domanda nel cuore che ancora nessuno lo sapeva ma era già qualcosa che dentro, nel profondo, voleva dire sacerdozio.
Continua qui.
giovedì, maggio 20, 2010
Ricoeur: il filosofo del perdono
IL RICORDO
Ricoeur: il filosofo del perdono
Era un venerdì, il 20 maggio di cinque anni fa, quando nelle prime ore del mattino si spegneva nella sua abitazione di Châtenay Malabry, presso Parigi, nel complesso edilizio Les Murs Blancs che Emmanuel Mounier aveva fatto costruire per i più stretti collaboratori della rivista Esprit, il filosofo Paul Ricoeur (1913-2005), l’erede spirituale di Edmond Husserl e dell’esistenzialismo cristiano. Stelle polari della sua formazione furono, non a caso, Emmanuel Mounier, Gabriel Marcel e Karl Jaspers.
Ricoeur fu, tra l’altro, il filosofo di riferimento per la rivista Concilium nei primi anni della sua nascita, soprattutto per teologi di rango come Karl Rahner, Yves Marie Congar e Edward Schillebeeckx. Allevato dai nonni nella fede protestante, Ricoeur era nato nel 1913 a Valence ed era stato fatto prigioniero dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale. Vicino al socialismo cristiano di André Philip, aveva insegnato in varie università: dalla Sorbona a Lovanio e negli Stati Uniti a Yale e Chicago. Oppositore di ogni forma di totalitarismo, memorabili rimangono le sue denunce contro le atrocità perpetuate nelle guerre di Algeria degli anni Cinquanta e di Bosnia nel 1992.
Ora, a 5 anni dalla scomparsa, rimangono soprattutto vivi i suoi insegnamenti di filosofo e di uomo di dialogo a cominciare dai suoi saggi più famosi, solo per citarne alcuni, come Finitudine e colpa o Il conflitto delle interpretazioni. Di questo ne è convinto uno dei suoi più affezionati discepoli, Domenico Jervolino, oggi docente di ermeneutica e filosofia del linguaggio all’università Federico II di Napoli: «Quello che mi ha sempre affascinato del suo pensiero è stata la ricerca attorno al tema del soggetto, della soggettività da ricomprendere e reinterpretare nel suo rapporto con l’alterità. Forse la sua grandezza maggiore è stata, a mio avviso, quella di credere che la filosofia non deve mai bastare a se stessa ma deve trarre linfa anche dalle tradizioni ricevute, dalle scienze dell’uomo e dal nostro inconscio e proprio da tutto ciò che è altro dalla filosofia».
Un lascito, quello di Ricoeur, da riscoprire soprattutto per come ha introdotto la ricerca filosofica nel difficile terreno della psicoanalisi, soprattutto quella di stampo freudiano: «Ricoeur trova in Freud l’interlocutore privilegiato, che pone in questione una coscienza troppo sicura di sé e mette in gioco anche le cosiddette "pulsioni inconsce". Non a caso, assieme a Freud, considera Nietzsche e Marx i cosiddetti "maestri del sospetto" perché capaci di scoprire che sotto il soggetto c’è qualcosa d’altro, una maschera dove il soggetto risulta essere un "testo tutto da decifrare"».
Dal canto suo un altro discepolo, il professore emerito di storia della Filosofia all’università di Roma Armando Rigobello, oltre a collocare Ricoeur come «continuatore ideale del personalismo comunitario di Mounier, in un certo senso» anche per il comune «pudore della testimonianza», mette in evidenza la sua attenzione alla trascendenza nonché l’affinità al magistero cattolico e alla Bibbia: «Ricoeur si è abbeverato ai testi sacri di cui si fa interprete. Fondamentale in lui l’esegesi della Parola. Costante è nei suoi scritti il confronto con la trascendenza, la ricerca filosofica e l’esperienza religiosa. Ricoeur è soprattutto preoccupato di difendere i suoi scritti dall’accusa di costruire una cripto-teologia, anche se riconosce che le motivazioni profonde dei temi da lui trattati nascono dalle convinzioni religiose». In ultima analisi – è la conclusione di Rigobello – «la sua filosofia è aperta alla trascendenza, anche se non la fonda».
Ma per capire nel profondo il pensiero e l’ermeneutica biblica ricoeuriana bisogna affrontare un argomento nodale della sua ricerca: il perdono. Proprio su questo tema si è soffermato, con un ampio articolo su La Civiltà Cattolica, nel settembre scorso, il gesuita e filosofo della Gregoriana Giovanni Cucci: «Il perdono dice qualcosa dell’essere stesso. Per Ricoeur lo si può cogliere soltanto in un’economia del dono, frutto di quella che chiama "logica della sovrabbondanza". Il perdono ne è il versante supremo, esso manifesta il riferimento non solo a una colpa commessa, ma anche alla dignità del suo autore, nella fiducia che egli potrà fare di più e meglio di quanto compiuto, potrà essere diverso da se stesso. Come dice Ricoeur con una formula suggestiva: «Tu vali molto più delle tue azioni"».
Un «auditore della Parola», un «pensatore responsabile» un «filosofo sulla scia del magistero di Giovanni Paolo II»: sono tante le definizioni ma anche i ricordi che tornano alla mente del cardinale Paul Poupard, presidente emerito del Pontificio consiglio per la Cultura. La sua amicizia con Ricoeur è incominciata a Parigi negli anni Settanta, durante i molti seminari sull’ecumenismo all’Institut Catholique, e poi è continuata a Castelgandolfo nei tanti convegni estivi con Giovanni Paolo II assieme a Hans Georg Gadamer ed Emmanuel Lévinas fino all’ultimo incontro, nel luglio 2003, con la consegna al filosofo di Valence del prestigioso Premio Paolo VI, in Vaticano, da parte di papa Wojtyla; che mise in evidenza la forte affinità di ricerca di Ricoeur con l’enciclica Fides et Ratio.
«Con quel riconoscimento – rivela il cardinale – si è voluto onorare il filosofo, amante dei testi sacri, attento alle tendenze più significative della cultura contemporanea ma anche un uomo di fede impegnato nella difesa dei valori umani e cristiani». Di quella giornata Poupard ricorda un particolare: «Dietro indicazione di Ricoeur l’importo del premio è stato devoluto alla Fondazione John Bost, di area evangelica, che dal 1848 si occupa di handicappati, anziani e di altri soggetti in difficoltà, circa un migliaio di persone. In quel gesto è emerso il Ricoeur meno conosciuto, il suo grande stile cristiano dove si manifesta evangelicamente la frase: "Coloro che tutti respingono, io li accoglierò nel nome del mio Maestro". Tutto questo dimostra che era non solo un accademico puro, un idealista ma anche un uomo pratico e attento al prossimo. Per me è stato il massimo filosofo del nostro tempo e un uomo di grandissima umanità e umiltà». La mente del professore Jervolino corre all’ultimo incontro a Parigi, un mese prima della morte, con il suo antico maestro: «È stato lucido fino alla fine. Mi chiedeva sempre della politica italiana. Ricordo che era un divoratore di giornali, in particolare Le Monde.
Seguiva le vicende della vita perché voleva rimanere vivo fino all’ultimo, mantenersi attivo fino alla fine, contro la passività e tutte le forme di degrado. In fondo ha esaudito così la sua aspirazione, quella di mantenersi "vivo fino alla morte". Un’espressione che ha dato il titolo alla sua ultima opera, pubblicata dopo la sua scomparsa».
Filippo Rizzi
Avvenire, 20 maggio 2010
Ricoeur: il filosofo del perdono
Era un venerdì, il 20 maggio di cinque anni fa, quando nelle prime ore del mattino si spegneva nella sua abitazione di Châtenay Malabry, presso Parigi, nel complesso edilizio Les Murs Blancs che Emmanuel Mounier aveva fatto costruire per i più stretti collaboratori della rivista Esprit, il filosofo Paul Ricoeur (1913-2005), l’erede spirituale di Edmond Husserl e dell’esistenzialismo cristiano. Stelle polari della sua formazione furono, non a caso, Emmanuel Mounier, Gabriel Marcel e Karl Jaspers.
Ricoeur fu, tra l’altro, il filosofo di riferimento per la rivista Concilium nei primi anni della sua nascita, soprattutto per teologi di rango come Karl Rahner, Yves Marie Congar e Edward Schillebeeckx. Allevato dai nonni nella fede protestante, Ricoeur era nato nel 1913 a Valence ed era stato fatto prigioniero dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale. Vicino al socialismo cristiano di André Philip, aveva insegnato in varie università: dalla Sorbona a Lovanio e negli Stati Uniti a Yale e Chicago. Oppositore di ogni forma di totalitarismo, memorabili rimangono le sue denunce contro le atrocità perpetuate nelle guerre di Algeria degli anni Cinquanta e di Bosnia nel 1992.
Ora, a 5 anni dalla scomparsa, rimangono soprattutto vivi i suoi insegnamenti di filosofo e di uomo di dialogo a cominciare dai suoi saggi più famosi, solo per citarne alcuni, come Finitudine e colpa o Il conflitto delle interpretazioni. Di questo ne è convinto uno dei suoi più affezionati discepoli, Domenico Jervolino, oggi docente di ermeneutica e filosofia del linguaggio all’università Federico II di Napoli: «Quello che mi ha sempre affascinato del suo pensiero è stata la ricerca attorno al tema del soggetto, della soggettività da ricomprendere e reinterpretare nel suo rapporto con l’alterità. Forse la sua grandezza maggiore è stata, a mio avviso, quella di credere che la filosofia non deve mai bastare a se stessa ma deve trarre linfa anche dalle tradizioni ricevute, dalle scienze dell’uomo e dal nostro inconscio e proprio da tutto ciò che è altro dalla filosofia».
Un lascito, quello di Ricoeur, da riscoprire soprattutto per come ha introdotto la ricerca filosofica nel difficile terreno della psicoanalisi, soprattutto quella di stampo freudiano: «Ricoeur trova in Freud l’interlocutore privilegiato, che pone in questione una coscienza troppo sicura di sé e mette in gioco anche le cosiddette "pulsioni inconsce". Non a caso, assieme a Freud, considera Nietzsche e Marx i cosiddetti "maestri del sospetto" perché capaci di scoprire che sotto il soggetto c’è qualcosa d’altro, una maschera dove il soggetto risulta essere un "testo tutto da decifrare"».
Dal canto suo un altro discepolo, il professore emerito di storia della Filosofia all’università di Roma Armando Rigobello, oltre a collocare Ricoeur come «continuatore ideale del personalismo comunitario di Mounier, in un certo senso» anche per il comune «pudore della testimonianza», mette in evidenza la sua attenzione alla trascendenza nonché l’affinità al magistero cattolico e alla Bibbia: «Ricoeur si è abbeverato ai testi sacri di cui si fa interprete. Fondamentale in lui l’esegesi della Parola. Costante è nei suoi scritti il confronto con la trascendenza, la ricerca filosofica e l’esperienza religiosa. Ricoeur è soprattutto preoccupato di difendere i suoi scritti dall’accusa di costruire una cripto-teologia, anche se riconosce che le motivazioni profonde dei temi da lui trattati nascono dalle convinzioni religiose». In ultima analisi – è la conclusione di Rigobello – «la sua filosofia è aperta alla trascendenza, anche se non la fonda».
Ma per capire nel profondo il pensiero e l’ermeneutica biblica ricoeuriana bisogna affrontare un argomento nodale della sua ricerca: il perdono. Proprio su questo tema si è soffermato, con un ampio articolo su La Civiltà Cattolica, nel settembre scorso, il gesuita e filosofo della Gregoriana Giovanni Cucci: «Il perdono dice qualcosa dell’essere stesso. Per Ricoeur lo si può cogliere soltanto in un’economia del dono, frutto di quella che chiama "logica della sovrabbondanza". Il perdono ne è il versante supremo, esso manifesta il riferimento non solo a una colpa commessa, ma anche alla dignità del suo autore, nella fiducia che egli potrà fare di più e meglio di quanto compiuto, potrà essere diverso da se stesso. Come dice Ricoeur con una formula suggestiva: «Tu vali molto più delle tue azioni"».
Un «auditore della Parola», un «pensatore responsabile» un «filosofo sulla scia del magistero di Giovanni Paolo II»: sono tante le definizioni ma anche i ricordi che tornano alla mente del cardinale Paul Poupard, presidente emerito del Pontificio consiglio per la Cultura. La sua amicizia con Ricoeur è incominciata a Parigi negli anni Settanta, durante i molti seminari sull’ecumenismo all’Institut Catholique, e poi è continuata a Castelgandolfo nei tanti convegni estivi con Giovanni Paolo II assieme a Hans Georg Gadamer ed Emmanuel Lévinas fino all’ultimo incontro, nel luglio 2003, con la consegna al filosofo di Valence del prestigioso Premio Paolo VI, in Vaticano, da parte di papa Wojtyla; che mise in evidenza la forte affinità di ricerca di Ricoeur con l’enciclica Fides et Ratio.
«Con quel riconoscimento – rivela il cardinale – si è voluto onorare il filosofo, amante dei testi sacri, attento alle tendenze più significative della cultura contemporanea ma anche un uomo di fede impegnato nella difesa dei valori umani e cristiani». Di quella giornata Poupard ricorda un particolare: «Dietro indicazione di Ricoeur l’importo del premio è stato devoluto alla Fondazione John Bost, di area evangelica, che dal 1848 si occupa di handicappati, anziani e di altri soggetti in difficoltà, circa un migliaio di persone. In quel gesto è emerso il Ricoeur meno conosciuto, il suo grande stile cristiano dove si manifesta evangelicamente la frase: "Coloro che tutti respingono, io li accoglierò nel nome del mio Maestro". Tutto questo dimostra che era non solo un accademico puro, un idealista ma anche un uomo pratico e attento al prossimo. Per me è stato il massimo filosofo del nostro tempo e un uomo di grandissima umanità e umiltà». La mente del professore Jervolino corre all’ultimo incontro a Parigi, un mese prima della morte, con il suo antico maestro: «È stato lucido fino alla fine. Mi chiedeva sempre della politica italiana. Ricordo che era un divoratore di giornali, in particolare Le Monde.
Seguiva le vicende della vita perché voleva rimanere vivo fino all’ultimo, mantenersi attivo fino alla fine, contro la passività e tutte le forme di degrado. In fondo ha esaudito così la sua aspirazione, quella di mantenersi "vivo fino alla morte". Un’espressione che ha dato il titolo alla sua ultima opera, pubblicata dopo la sua scomparsa».
Filippo Rizzi
Avvenire, 20 maggio 2010
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